

VITERBO – C’è un pezzo di futuro che cresce senza terra, sospeso nell’acqua e nella tecnologia, proprio lì dove di solito si masticano versioni di latino e filosofia. All’ingresso del Liceo Classico Mariano Buratti, oggi, non si respira solo la solita aria di scuola. Si respira innovazione vera. Una serra idroponica, verticale, lucente, ha preso casa nell’atrio dell’istituto, trasformandosi in pochi mesi da scommessa racchiusa nei faldoni del PNRR a simbolo plastico di una rivoluzione culturale.
I fondi sono quelli del Piano Scuola 4.0. Soldi europei che spesso rischiano di impantanarsi nella burocrazia e che qui, invece, sono diventati foglie verdi, pomodori, zucchine, meloni. Vita.
L’undici maggio scorso è andato in scena l’ultimo atto – o forse il primo di una nuova storia – con la presentazione dei risultati di un progetto durato un anno e mezzo, nato sotto la spinta della dirigente scolastica Clara Vittori e tradotto in pratica dagli specialisti di Eatour, startup viterbese guidata da Vincent Spaccapeli e specializzata in vertical farming e logiche ESG.
La terra non serve più: la lezione che arriva dai ragazzi
Trenta diverse coltivazioni sperimentate. Dal basilico ai microgreens, passando per melanzane e insalate. Tutto fuori suolo. L’idroponica spiegata ai millennial e alla Generazione Z non è una lezione teorica sulla lavagna elettronica, ma un corpo a corpo con il risparmio idrico (fino al 95% in meno rispetto ai campi tradizionali), con l’abbattimento dei pesticidi e la resilienza di fronte ai cambiamenti climatici che stanno impazzendo là fuori.
C’è di più. In quella serra si produce anche cibo “nichel free”, una manna dal cielo per chi soffre di allergie, impossibile da garantire nei terreni tradizionali dove il metallo la fa da padrone. È la chimica applicata al bene comune, la tecnologia che si fa cura.
La scuola oltre i banchi: una rete che unisce la provincia
La relazione della preside Vittori ha graffiato l’aula: intensa, concreta. Ha parlato di una scuola contemporanea che non può più permettersi di essere una torre d’avorio, ma che deve farsi hub di innovazione sociale, intercettando i bandi pubblici per impattare sul territorio. E la risposta della Tuscia è arrivata forte. All’evento c’erano tutti: i ragazzi dell’Orioli, della Canevari, i presidi e i docenti arrivati dall’Agosti di Bagnoregio, dal Da Vinci di Acquapendente, dall’Ellera, dalla Vanni, dal Santa Rosa, fino al Dalla Chiesa di Montefiascone, al Pio Fedi di Grotte Santo Stefano e al Cardarelli di Tarquinia. Una provincia intera che guarda a via Tommaso Carletti come a un modello da replicare.
A garantire che quella macchina perfetta non perdesse un colpo ci hanno pensato, giorno dopo giorno, Federico Agostini e Stefano Serafini, angeli custodi e braccia tecniche dell’impianto, diventati i punti di riferimento per gli studenti.
Quei mestieri che ancora non esistono
La giornata si è chiusa come meglio non si poteva: con le mani dentro le vasche e la bocca tonda sul sapore delle insalate raccolte e mangiate sul momento. Fresche, pulite, futuribili.
La morale del Buratti è un manifesto politico e generazionale: l’agricoltura non è più il vecchio mestiere di una volta, confinato nello stereotipo della fatica e della terra sotto le unghie. Oggi significa automazione, monitoraggio ambientale, nutrizione vegetale, gestione dei dati. Significa, insomma, i mestieri di domani. E a Viterbo, per una volta, i ragazzi quel domani hanno iniziato a coltivarselo da soli. All’ingresso della scuola.

























