
Prendi un bene indispensabile: l’acqua. Metti una rete idrica che rifornisce tutte le abitazioni della Tuscia. Questo è oggi Talete. 28 milioni di euro all’anno di bollettazione. Sicuramente un bell’affare. Tutta roba dei cittadini del Viterbese, che hanno pagato la rete e che, in quanto bene pubblico, sono proprietari dell’acqua.
Soci di questo ben di Dio i comuni. Alcuni hanno trasferito il servizio, altri in barba alla legge Galli hanno deciso di non farlo. Da notare che sono gli stessi che poi ti multano quando parcheggi in divieto di sosta nel loro territorio comunale, perché “dura lex sed lex” ma non per tutti.
Se Talete dovesse uscire di scena la gestione probabilmente finirebbe a privati. Gestirebbero l’acqua di tutti, con la rete idrica di tutto generando legittimo profitto. Profitto che finirà su conti privati. Faranno in pratica quello che potevano e potrebbero fare tranquillamente i comuni della Tuscia. In questa seconda realtà possibile i soldi del profitto finirebbero nelle casse dei comuni e potrebbero essere trasformati in servizi, strade, asili nido.
Tutto questo però non sembra accettabile perché non si crede all’idea di comuni virtuosi, perché non si crede alla politica. Dopo quanto successo dal 1946 a oggi, per tutta la storia della Repubblica, non c’è da meravigliarsi. Legittimo.
Folle però pensare che la soluzione sia regalare profitto a terzi, anziché mettere a disposizione il profitto possibile dalla gestione virtuosa dell’acqua tramite i comuni alle cittadinanze.
Si butta via l’acqua sporca della politica con tutto il bambino della Talete. E quella che è una ricchezza di tutti i cittadini dei comuni della Tuscia rischia di finire per fruttare soltanto nei conti correnti di qualcun altro. Succede, è l’Italia e anche il Viterbese bellezza!


















