

SPECIALE – Sebbene avesse avuto la sorte, o il vezzo, di nascere ad Albano Laziale nel 1906, il nome di Piero Taruffi è scolpito in modo indelebile nella roccia e nella storia della provincia di Viterbo. La Tuscia non fu per lui soltanto una quinta geografica, un passaggio per le corse, ma una palestra. Fu il laboratorio dove questo ingegnere, prestato al rischio, forgiò un mestiere che per molti altri era solo follia.
Per intendere la pasta di cui era fatto Taruffi – quel soprannome, “Volpe Argentata”, non gli fu dato per caso, ma per quella sua intelligenza tattica che trasformava ogni curva in una equazione – bisogna guardare al palmarès. Eravamo in un’epoca in cui si correva con il cuore in gola e la morte a braccetto. Lui, invece, correva con la testa.
Vincitore della Mille Miglia (1957): un trionfo che fu l’apoteosi, al volante di una Ferrari 315 S. Vincitore della Carrera Panamericana (1951): il successo più prestigioso in terra messicana, un’impresa che fece tremare il mondo dei motori. Con il suo “Bisiluro”, una creatura uscita dalla sua mente tecnica, infranse primati che parevano invalicabili. Fu campione italiano 500cc (1932) e pilastro in Formula 1. Sapeva domare il manubrio e il volante con la stessa, gelida lucidità. Ma non si limitò a guidare. Progettò l’autodromo di Vallelunga, che per noi, qui nel Lazio, rimane il tempio laico della velocità.
Chi era, in fondo, Piero Taruffi? Non cercate in lui il pilota smargiasso, quello che cerca l’applauso della folla con un testacoda. Taruffi era un intellettuale del volante. Aveva l’aplomb di un lord inglese e il rigore di un professore di politecnico. Scriveva manuali, come “Tecnica e pratica della guida automobilistica”, che ancora oggi sono la bibbia di chi vuole capire cosa accade tra l’asfalto e il battistrada. Si muoveva con una gentilezza misurata, quasi timida. La sua velocità non era mai una sfida alla sorte, era una sfida alla meccanica. La dominava, la piegava al suo volere con una calma che inquietava i rivali. Era, in una parola, un gentleman.
Il legame con la Tuscia fu quasi un destino. Nel 1931, sul circuito di Bolsena, la “Volpe” ottenne il suo battesimo del fuoco. Lo volle in gara il Principe Rodolfo del Drago, uomo di gusto e di motori. Taruffi non deluse. Il legame si è poi fatto pietra e memoria. A Bagnoregio, in quel borgo che sembra sospeso tra terra e cielo, il Museo Taruffi custodisce l’eredità del pilota. Lì, tra i progetti originali e le reliquie meccaniche, si capisce cosa sia stato il Novecento per l’ingegno italiano: un secolo di coraggio, certo, ma soprattutto di lucidità.
Per chi voglia capire cosa fu quel tempo e chi fu quell’uomo, si può guardare La storia di Piero Taruffi. Un documento che aiuta a comprendere come sia nata una leggenda, tra il rombo dei motori e la quiete delle nostre colline.

















