La Viterbo di San Pellegrino in Fiore 2026, consumando le scarpe nel centro storico per cercare la verità
San Pellegrino 2026 08
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Intorno a me passano in tanti. Sento parlare umbro, romano e ci sono persone della provincia. Le attività lavorano. Sappiamo anche che le strutture ricettive hanno accolto tantissime persone. Mi chiedo quale sia la verità su questo San Pellegrino in Fiore.

EDITORIALE – Successo? Fallimento? Ogni anno, anche per San Pellegrino in Fiore, a Viterbo siamo sul pendolo di Foucault. Chi scrive ha deciso di andarci l’ultimo giorno, domenica pomeriggio. Intanto mi ero letto decine di messaggi inviatemi a commento dell’evento, decine di post social con tanto di foto a sostenere l’una o l’altra tesi e avevo parlato con decine di persone diverse, che ci erano state, per registrare opinioni idee sfumature convinzioni e giudizi.

Esco di casa a piedi. Cammino un quarto d’ora per arrivare a Porta Romana. L’idea è di scegliere come punto d’accesso la porta più adatta per andare a scoprire San Pellegrino: Porta San Pietro. Prima o poi qualcuno a Palazzo dei Priori rifletterà su questo e ingranerà una marcia diversa nella costruzione della Viterbo turistica. All’altezza di Porta Romana cammino solo sui marciapiedi. Ampi, belli, persino puliti. Il passaggio è per le Fortezze. Sorrido. Trovo una città vera. Una città che ha un respiro di dignità. Mi fermo ad ammirare il bel lavoro fatto intorno alla chiesa, poi sulla strada di collegamento con via Armando Diaz. Così rinasce un centro storico e una città, facendo rinascere i luoghi.

Porta San Pietro non ha niente che parli di quello che sta accadendo in centro. Come tutte le altre porte della cinta muraria.  Penso che sia un errore molto serio. Penso che Palazzo dei Priori paga dei consulenti per la comunicazione, dei consulenti per il centro storico, degli assessori, del personale degli assessorati. Peccato!

Su via San Pietro noto qualche viterbese che c’ha provato. Che qualche vasetto sulle scale di casa l’ha messo. Apprezzo. La prima piazza è San Pellegrino. Arrivarci è un po’ deludente, entrarci pure. “Questo è il cuore della manifestazione”, penso. “Qui facevano meglio Malè e Fontana e non credo che di comunicazione, di allestimenti, di architettura sapessero molto”, penso ancora. Apprezzo i fiori su Palazzo degli Alessandri. Mi domando perché non sia stato fatto su tutta la piazza quel lavoro. Arrivato a piazza Scacciaricci la prima cosa che faccio è ricordarmi del profondo senso dell’allestimento di Raffaele Ascenzi in questa piazzetta due anni fa. Ricordo di essere salito sul balcone del palazzo per vederlo dall’alto e di essermi fermato un po’, convinto che quella strada aperta da Ascenzi potesse portare a grandi risultati per San Pellegrino in Fiore. Mi rendo conto, qui a Schiacciaricci, che Ascenzi era arrivato primo, che l’anno scorso era stato allestito tutto sul progetto del secondo e ora mi trovavo a osservare il lavoro del terzo classificato al concorso. Di solito la gara di Formula Uno la vincono la macchina e il pilota migliori, chi è dietro ha semplicemente fatto una gara peggiore. Infatti.

Attraverso via San Pellegrino dove la cosa più emozionante che incontro è il Sor Bruno che lavora alla sua Osteria. Arrivato a piazza San Carluccio trovano conferma le diverse espressioni di commento che avevo raccolto presso le mie cerchie. Rivolgo per una decina di volte il mio sguardo a “quel coso” che sta al centro della piazza. “Forse era meglio non fare niente e usare questi soldi per acquistare un’altalena nuova al parco di via Cattaneo”, ne esco così.

In via Pietra di Pesce vedo altri tubi innocenti. Penso a un’installazione ma poi mi accorgo che quello, fortunatamente, è un cantiere vero. A piazza della Morte c’è un po’ di mercato, Stromberg che mette i dischi tra il Piazza e l’Osteria Magnamagna (belle vibes) e una fiumana di persone. Piazza del duomo funziona. Qui c’è della bellezza, c’è una sensazione, ci sono tanti che scattano selfie. Piazza del Gesù è invece la più bella di tutte. Ci rimango un’ora e mezza circa, prendo anche un vino. Osservo le persone, tante. Ascolto i commenti: divisivi. C’è la città ma mi sembra non ci sia tanto San Pellegrino in Fiore. Penso a cosa scrivere. Mi dico che va rispettato il lavoro dell’architetto Christian Ciucciarelli. Le emozioni che vivo a piazza del Gesù sono belle, è stato bravo. Questa piazza è anche in linea con il duomo, anche lì un buon lavoro. La balconata di Palazzo degli Alessandri aveva questo “sapore”. Peccato per il resto.

Intorno a me passano in tanti. Sento parlare umbro, romano e ci sono persone della provincia. Le attività lavorano. Sappiamo anche che le strutture ricettive hanno accolto tantissime persone. Mi chiedo quale sia la verità su questo San Pellegrino in Fiore. Mi rispondo che l’era del bando ha aperto una situazione nuova. Il nuovo portato è stato chiaro nel progetto Ascenzi. Quella visione nitida della prima edizione della nuova era si è annebbiata con il progetto Porciani e quella nebbia è diventata ancora più densa con Ciucciarelli. Con Ascenzi la città aveva fatto un salto in avanti. Infatti dei tre è stata l’edizione meno capita dai cittadini in generale. Si parlò della necessità di vedere gli allestimenti dal drone, dei cavoli sulle fontane, etc. Tutti segnali che quella fosse una roba vera, autentica, portatrice del linguaggio del salto che servirebbe alla manifestazione. Poi le cose si sono normalizzate. Ciucciarelli ha riportato i fiori, pochi ma pur sempre quelli degli anni Novanta. Il salto è diventato un saltarello, uno “zompetto”. La comunicazione resta la grande assente. Eppure proprio lei farebbe la differenza. Quando parliamo di comunicazione non intendiamo il post social e l’adesivo attaccato sugli autobus di Roma. Quella è l’esecuzione della comunicazione. La comunicazione è l’impalcatura del senso di un evento e della sua riconoscibilità. Ma tranquilli queste cose le capiscono in pochi … gli altri si rendono solo conto che le cose non funzionano.

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Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
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“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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