

IL DOMENICALE – Ci sono due Viterbo sovrapposte: quella medievale che mostriamo ai visitatori e quella ferita che continua a nascondersi dietro facciate ricostruite, edifici modificati e vuoti urbani dei quali spesso abbiamo dimenticato l’origine. Tra queste due città passa la guerra, non quella raccontata attraverso gli eserciti e le strategie, ma quella vissuta dalle famiglie che correvano nei rifugi, lasciavano le case senza sapere se le avrebbero ritrovate e imparavano a distinguere il suono delle sirene dal rumore degli aerei.
Il primo bombardamento sull’aeroporto avvenne il 29 luglio 1943, mentre nella notte tra il 15 e il 16 agosto le bombe raggiunsero per la prima volta l’abitato, senza provocare ancora le devastazioni che sarebbero arrivate nei mesi successivi. Dopo l’8 settembre la provincia venne occupata dalle forze tedesche: Viterbo si trovò così stretta tra un esercito in ritirata e gli attacchi alleati diretti contro infrastrutture ferroviarie, installazioni militari e vie di collegamento.
La popolazione viveva nell’oscuramento, i proprietari degli edifici erano obbligati a conservare pozzolana per spegnere gli incendi provocati dagli ordigni, mentre quattro sirene, collocate alla Ceramica, in via Orologio Vecchio, a San Pellegrino e in piazza della Rocca, lanciarono l’allarme 780 volte durante il periodo bellico, ben 700 in appena dieci mesi. Dietro questo numero si può immaginare la vita quotidiana di una città costretta a interrompere il sonno, il lavoro e i pasti, correndo ogni volta verso cantine, rifugi e gallerie.
La notte del 17 gennaio 1944 gli Alleati attaccarono la stazione di Porta Fiorentina, in preparazione dello sbarco di Anzio e Nettuno, ma le bombe investirono anche le zone circostanti. Piazza della Rocca fu devastata, la basilica di San Francesco rimase semidistrutta, case e palazzi crollarono sopra le persone che vi abitavano. La liberazione, attesa come la fine dell’occupazione nazista, arrivava dal cielo con un volto terribile: gli stessi eserciti che stavano combattendo il fascismo e il nazismo producevano morte tra i civili che avrebbero dovuto liberare.
Il momento più spaventoso giunse il 26 maggio, quando quattro incursioni di grande portata si abbatterono sulla città nel corso della stessa giornata, causando centinaia di vittime e radendo al suolo un numero enorme di edifici. Gli attacchi proseguirono nei giorni seguenti, insieme alla paura delle reazioni tedesche e al dolore di chi non aveva più una casa o cercava familiari sotto le macerie. Complessivamente Viterbo ebbe oltre mille vittime innocenti, un dato che il Comune ricorda ancora nelle commemorazioni dedicate a quella tragedia.
Il 9 giugno i primi militari americani entrarono in città e raggiunsero piazza del Comune; il giorno successivo il Comitato di liberazione nazionale si riunì in Prefettura, ma la fine dell’occupazione non coincise con il ritorno alla normalità. Bisognava recuperare le salme, sgomberare le strade, disinnescare gli ordigni inesplosi, impedire saccheggi e garantire viveri a una popolazione stremata. Il Genio civile stimò danni per circa 500 milioni di lire dell’epoca, mentre squadre di operai cominciarono a liberare la città dalle macerie.
Tra i documenti conservati dall’Archivio di Stato ce n’è uno apparentemente minore: nell’agosto 1944 si chiedeva di sgomberare via Santa Rosa per consentire il passaggio della processione del 4 settembre. In quella richiesta c’è qualcosa di profondamente viterbese: la volontà di rimettere in cammino la città attraverso una tradizione capace di restituire ordine, appartenenza e speranza quando intorno erano ancora visibili le rovine.
Ricostruire, però, non significò semplicemente rifare ciò che esisteva. Ogni intervento conteneva una scelta: recuperare fedelmente, modificare oppure cancellare le trasformazioni avvenute nei secoli. La basilica di San Francesco, riaperta nel 1953, venne ricostruita eliminando molte aggiunte barocche per restituirle un’immagine ritenuta più vicina all’originaria struttura medievale. La città che oggi consideriamo antica è dunque, in alcuni punti, anche il risultato delle decisioni prese nel dopoguerra.
Questa storia non dovrebbe vivere soltanto nelle commemorazioni. Servirebbero un percorso urbano dei bombardamenti, fotografie collocate nei luoghi colpiti, testimonianze accessibili attraverso scuole e strumenti digitali, segni capaci di mostrare come apparivano le strade dopo le incursioni. Viterbo ricorda papi, santi, conclavi ed etruschi, ma deve raccontare con la stessa forza anche le persone comuni travolte dalla guerra.
Le pietre restaurate mostrano ciò che è stato salvato, ma raramente raccontano ciò che non tornò più. Ricordare la Viterbo bombardata significa restituire un nome alle vittime e comprendere che la città nella quale viviamo non è soltanto un’eredità medievale, è anche una sopravvissuta.


















