

VITERBO – La Tuscia continua a raccontarsi come terra di eccellenze. Turismo lento, qualità della vita, agricoltura, paesaggio, borghi, cultura. Ma sotto questa narrazione rassicurante cresce una realtà molto più dura, che la politica evita accuratamente di guardare in faccia: una parte sempre più ampia dell’economia provinciale sopravvive grazie ai soldi pubblici.
Pensioni. Naspi. Invalidità. Cassa integrazione. Redditi assistiti. Spesa sanitaria. Assistenza sociale. Trasferimenti pubblici diretti e indiretti. È questo il vero motore economico di una larga fetta di Viterbese. Non si tratta di demonizzare il welfare. Sarebbe folle. Quelle risorse evitano povertà ancora più drammatiche e tengono in piedi migliaia di famiglie. Il problema è un altro: quando la ricchezza che circola in un territorio deriva più dalla redistribuzione pubblica che dalla produzione reale, significa che quel territorio ha smesso di generare sviluppo autonomo. E purtroppo parliamo di un territorio che sta entrando pericolosamente dentro questa condizione.
I numeri parlano chiaro. In provincia di Viterbo ci sono quasi duecento anziani ogni cento giovani. In alcuni comuni il rapporto supera abbondantemente quota trecento. Una popolazione sempre più anziana, sempre meno attiva, sempre più dipendente dai flussi previdenziali e sanitari dello Stato. Intanto i ragazzi se ne vanno oppure restano intrappolati nella precarietà permanente. Contratti stagionali. Partite Iva fragili. Lavoro intermittente. Agricoltura povera. Turismo mordi e fuggi. Servizi sottopagati.
La conseguenza è evidente: ogni mese arrivano dall’Inps e dal sistema pubblico milioni di euro che tengono artificialmente in equilibrio il territorio. Magari anche attraverso “travasi di denaro” dal conto corrente dei genitori (pensionati) a quello dei figli (precari con famiglia). In molti paesi la pensione è ormai il vero stipendio familiare stabile. È il nonno che mantiene tre generazioni. È la pensione minima che paga le bollette. È la reversibilità che consente ai figli precari di non crollare. È la Naspi che sostituisce un salario che dura solo pochi mesi l’anno.
Senza queste rimesse pubbliche, interi pezzi della provincia collasserebbero economicamente nel giro di pochissimo tempo. Eppure, il dato più feroce è un altro: neanche questo basta più. Perché una quota consistente di pensionati vive con meno di 500 euro mensili. Persone che dopo una vita di lavoro scivolano vicino alla soglia della povertà. Anziani costretti a scegliere tra medicine, riscaldamento e alimentazione.
La Tuscia sta invecchiando e impoverendosi contemporaneamente. Ed è qui che emerge il grande fallimento della politica locale degli ultimi decenni. Per anni si è vissuto di rendita. Rendita geografica. Rendita pubblica. Rendita immobiliare. Rendita assistita. Senza mai costruire davvero una strategia economica moderna. Si è lasciata morire lentamente la manifattura senza crearne una nuova. Si è accettata la precarizzazione del turismo come normalità. Si è trasformata l’agricoltura in un settore spesso incapace di trattenere valore sul territorio. Si è considerata l’Università un corpo separato invece del motore strategico della trasformazione economica. Il risultato è una provincia fragile, dipendente, vecchia. Una provincia che rischia di trasformarsi definitivamente in una grande area residenziale assistita tra Roma e la costa.
Ma il punto più drammatico è forse culturale. Perché quando un territorio vive troppo a lungo di trasferimenti pubblici, lentamente abbassa anche le proprie ambizioni collettive. Ci si abitua a sopravvivere invece che a progettare. A gestire il declino invece che a contrastarlo. A rincorrere bandi invece che costruire economia vera. Allora la domanda diventa inevitabile: come si esce da questa trappola?
Non esistono scorciatoie. Ma alcune scelte ormai sono obbligate. La prima: smettere di pensare a questa terra come periferia agricola e turistica di Roma. La provincia deve diventare un territorio produttivo autonomo, capace di trattenere valore aggiunto. Questo significa costruire filiere vere. Non limitarsi a produrre nocciole, vino o olio, ma trasformarli qui, commercializzarli qui, creare marchi territoriali forti, piattaforme logistiche, export coordinato, cooperative evolute tra produttori.
La seconda: fare dell’innovazione una questione popolare e non elitaria. L’Università degli Studi della Tuscia dovrebbe diventare il centro operativo di un grande laboratorio territoriale permanente su agritech, energia, intelligenza artificiale applicata all’agricoltura, gestione ambientale, economia circolare, restauro, turismo culturale avanzato. Non un’università che osserva il territorio. Un’università che lo trasforma.
La terza: rompere la dipendenza dalla stagionalità. Il turismo della Tuscia non può vivere soltanto di weekend, terme, laghi e festività. Serve una strategia per attrarre lavoro remoto qualificato, professionisti, nomadi digitali, piccole imprese culturali e tecnologiche. Servono infrastrutture digitali vere. Trasporti efficienti. Housing accessibile. Spazi di coworking diffusi nei borghi. Bisogna trasformare la qualità della vita in economia stabile.
La quarta: investire sulla silver economy invece di subire semplicemente l’invecchiamento. Se la Tuscia è anziana, allora deve diventare uno dei territori europei più avanzati nei servizi per la terza età: telemedicina, assistenza domiciliare innovativa, turismo sanitario, residenzialità assistita di qualità, formazione sociosanitaria, tecnologie per l’invecchiamento attivo. L’invecchiamento può diventare un settore economico evoluto invece che soltanto un peso sociale.
Infine serve una politica molto più coraggiosa. Meno inaugurazioni, meno propaganda identitaria, meno retorica dei borghi da cartolina. Più pianificazione industriale territoriale. Più capacità di mettere insieme imprese, università, sindacati, terzo settore e amministrazioni locali dentro una visione comune. Perché il problema del Viterbese non è che arrivano troppi soldi pubblici. Il problema è che senza quei soldi, oggi, una parte enorme del territorio non starebbe più in piedi. Una provincia che non riesce più a reggersi soprattutto sul lavoro, prima o poi, rischia di perdere anche la propria libertà economica e sociale.

















