

VITERBO – C’è una provincia che produce, che timbra il cartellino, che riempie i capannoni della zona industriale o le vigne della Tuscia. E poi c’è un’altra Tuscia, speculare e silenziosa, che a fine mese aspetta l’accredito dell’Inps. È la Tuscia della disoccupazione pagata, quella che campa di Naspi. Un esercito invisibile che negli ultimi quattro anni ha fluttuato, si è allargato, ha resistito, fotografando meglio di qualsiasi editoriale lo stato di salute economico del nostro territorio.
I dati dell’Osservatorio Inps, letti in sequenza dal 2023 fino ai primi scorci di questo 2026, raccontano una storia di ordinaria precarietà. Non c’è il crollo verticale, non siamo davanti all’apocalisse industriale di altre province del Lazio, ma c’è una costante: una platea strutturale che nella Tuscia oscilla stabilmente tra i 6.500 e i 7.000 beneficiari medi. Persone che il lavoro lo hanno perso, quasi sempre non per scelta, e che si aggrappano al paracadute sociale dello Stato.
Per capire dove stiamo andando, bisogna guardare da dove siamo partiti. Il 2023 era stato l’anno del definitivo assestamento post-Covid, con un mercato del lavoro viterbese che cercava di rimettersi in carreggiata. La Naspi viaggiava sui binari di una stabilità numerica condizionata dai vecchi contratti stagionali. Il 2024 ha segnato un lieve incremento delle tutele, un anno di passaggio in cui le cessazioni contrattuali hanno registrato piccoli picchi, portando il tasso di disoccupazione provinciale a un apparentemente rassicurante 6,4% (dati Istat). Una percentuale “pulita”, certo, ma che nascondeva la realtà dei contratti a termine. Il 2025 è stato l’anno del bivio. A livello nazionale l’Inps ha registrato una costanza granitica (circa 1,2 milioni di disoccupati al mese), e Viterbo non ha fatto eccezione, assestandosi nella sua forbice storica. Chi pensava a un boom di assunzioni stabili è rimasto deluso: chi è uscito dal circuito produttivo ci è rimasto a lungo, complice anche l’impennata parallela della cassa integrazione nella Tuscia (quasi un milione di ore autorizzate nello stesso anno).
Il 2026 (primo scorcio): I dati provvisori dei primi mesi dell’anno mostrano una flessione dei disoccupati su base annua, ma attenzione a cantar vittoria. Come spesso accade nell’economia reale, a una discesa dei disoccupati pagati non corrisponde una crescita paritetica degli occupati stabili, bensì un travaso verso l’inattività. Gente che finisce la Naspi e, semplicemente, smette di cercare.
Ma la Tuscia non è un blocco unico. Se si seziona il dato Inps, emerge una frattura netta tra Viterbo città e il resto dei comuni della provincia. Due velocità, due mercati, due destini diversi. Nel capoluogo, la disoccupazione Inps ha un sapore più urbano, quasi cronico. È il dipendente del negozio del centro storico che abbassa la serranda, il lavoratore dei servizi o delle pulizie che vede scadere il contratto a tempo determinato. Qui le domande di Naspi arrivano in modo fluido, costante, segno di un tessuto economico che non riesce a fare il salto di qualità verso la stabilizzazione.
La provincia, invece, vive con il fiato sospeso e segue il ritmo delle stagioni. Nei comuni della Tuscia la disoccupazione pagata dall’Inps funziona a fisarmonica. C’è un picco fisiologico, quasi scientifico, nei mesi invernali (tra gennaio e marzo), quando si spengono i riflettori sul turismo dei laghi e del mare e si fermano i grandi polmoni dell’agricoltura locale, dalla raccolta delle nocciole alla vendemmia. In estate la platea dei sussidiati si sgonfia, per poi ripresentarsi puntuale in autunno alla porta dell’Inps.
Questa dipendenza totale dalla stagionalità e dai contratti a termine è il vero tallone d’Achille della provincia. La Naspi, da ammortizzatore temporaneo, rischia di trasformarsi in un elemento strutturale del reddito familiare in molti comuni della Tuscia.
I numeri dell’Inps ci dicono che il sistema tiene, che nessuno viene lasciato indietro dall’oggi al domani. Ma la fotografia resta in chiaroscuro. Una provincia che ha costantemente bisogno di migliaia di assegni di disoccupazione per galleggiare è una provincia che non ha ancora trovato la chiave per creare lavoro vero, stabile, duraturo. E questa, per la politica e le imprese locali, resta la sfida più grande.
















