

EDITORIALE / IL DOMENICALE – La Tuscia non ha bisogno dell’ennesima dichiarazione d’amore per il proprio paesaggio: sappiamo già di avere un patrimonio ambientale, agricolo, storico e culturale straordinario. Il problema comincia quando bisogna decidere che cosa farne, perché un territorio non viene trasformato soltanto da una grande scelta sbagliata, ma può essere consumato lentamente anche da cento decisioni considerate, una per una, perfettamente ragionevoli.
Un impianto energetico può essere necessario, una nuova infrastruttura può rispondere a un bisogno, un investimento turistico può creare occupazione, un insediamento produttivo può generare ricchezza; ma la politica dovrebbe occuparsi soprattutto di ciò che accade quando tutte queste decisioni vengono sommate, mentre troppo spesso discutiamo ogni progetto separatamente: favorevoli contro contrari, amministrazioni contro comitati, sviluppo contro tutela. Chiusa una pratica passiamo alla successiva senza chiederci quale risultato complessivo stiamo producendo. Questo non è governo del territorio, è amministrazione delle autorizzazioni.
La sostenibilità dovrebbe significare esattamente il contrario: stabilire prima quali trasformazioni siamo disposti ad accettare, dove possono avvenire, in quale quantità, con quali condizioni e soprattutto quale prezzo non siamo disponibili a pagare. Perché non tutto ciò che produce energia pulita è automaticamente sostenibile, non tutto ciò che crea qualche posto di lavoro rappresenta necessariamente sviluppo, e non ogni investimento diventa positivo soltanto perché porta denaro.
La transizione energetica rende questa contraddizione particolarmente evidente. La Tuscia può e deve contribuire alla produzione di energia rinnovabile, ma non può diventare semplicemente la superficie disponibile sulla quale collocare ciò che serve al resto del Paese, lasciando qui l’occupazione del territorio e trasferendo altrove gran parte del valore economico, delle tecnologie e delle opportunità.
La domanda da rivolgere a ogni grande investimento dovrebbe allora essere molto semplice: che cosa rimane alla Tuscia? Quanto lavoro stabile viene creato, quali professionalità si formano, quali imprese locali vengono coinvolte, quali servizi migliorano, quale beneficio ottengono le comunità che mettono a disposizione territorio e infrastrutture? Perché una transizione può essere ecologica dal punto di vista energetico e contemporaneamente ingiusta dal punto di vista economico e territoriale.
Lo stesso metodo dovrebbe valere per tutte le risorse che utilizziamo, senza continuare a considerarle gratuite e inesauribili. Un territorio possiede una capacità limitata di sopportare trasformazioni, infrastrutture, attività economiche e nuovi consumi; superata quella soglia, il costo non compare immediatamente in un bilancio comunale, ma emerge negli anni attraverso una qualità peggiore dell’ambiente, servizi insufficienti, infrastrutture sovraccariche e perdita di valore di ciò che rende quella zona diversa dalle altre.
La sostenibilità è quindi soprattutto una questione di limite, parola che la politica pronuncia malvolentieri perché significa scegliere, stabilire che non tutto può essere fatto ovunque e che alcune opportunità economiche possono essere rifiutate quando compromettono possibilità più importanti e durature.
Questo richiede però anche di superare l’ambientalismo del semplice no. Proteggere la Tuscia non significa imbalsamarla: significa pretendere investimenti migliori, innovazione, imprese capaci di produrre valore senza impoverire il territorio, amministrazioni che sappiano indicare dove è possibile trasformare e dove invece occorre conservare, dando a chi vuole investire regole certe prima della presentazione dei progetti e non dopo.
C’è infine una sostenibilità ancora più importante, quella umana. Una provincia che produce energia pulita ma perde giovani, una comunità nella quale diminuiscono abitanti, competenze e attività economiche, un territorio nel quale le opportunità migliori obbligano continuamente ad andare altrove non possono essere definiti sostenibili soltanto perché migliorano qualche indicatore ambientale.
La vera transizione dovrebbe tenere insieme ambiente, economia e capacità di mantenere vive le comunità, altrimenti rischiamo di proteggere magnificamente territori nei quali saranno sempre meno le persone in grado di vivere e lavorare. Per questo servirebbe una sede politica nella quale Regione, Provincia e Comuni cominciassero finalmente a ragionare sulla Tuscia come un unico sistema, fissando alcuni obiettivi misurabili e verificandoli ogni anno, non per produrre l’ennesimo documento, ma per sapere quanto valore stiamo creando e quanto patrimonio stiamo consumando per crearlo.
La Tuscia non deve scegliere tra sviluppo e ambiente — questa contrapposizione appartiene ormai al passato —, deve decidere quale sviluppo vuole e soprattutto quale sviluppo non è più disposta ad accettare. Se non sarà la politica a stabilirlo, il futuro della provincia verrà deciso dalla semplice somma dei progetti che arriveranno, e a quel punto non avremo scelto che cosa diventare: lo scopriremo quando sarà ormai diventato difficile cambiare strada.


















