

IL DOMENICALE – Possedere un’automobile dovrebbe essere una decisione, nel Viterbese è spesso una condizione necessaria per vivere normalmente. Questa semplice constatazione dovrebbe cambiare il modo nel quale discutiamo di mobilità, perché finché continueremo a trattare l’auto come una preferenza individuale nasconderemo il costo reale di un territorio organizzato male.
A Viterbo circolano circa 78 automobili ogni cento abitanti, uno dei valori più alti tra i capoluoghi italiani, mentre l’utilizzo del trasporto pubblico urbano resta molto basso. Non è il segno di una misteriosa passione dei viterbesi per il volante, è il segno di un sistema nel quale troppo spesso l’alternativa all’automobile non regge il confronto.
È troppo comodo dare la colpa alle abitudini: se per andare a lavorare devo raggiungere un altro comune, se mio figlio frequenta una scuola distante, se devo accompagnare un genitore, se l’autobus passa quando non mi serve o la coincidenza con il treno esiste soltanto sulla carta, la mia scelta non è libera, è già stata fatta dall’organizzazione del territorio. È qui che avviene uno dei trasferimenti di costi più silenziosi dal pubblico al privato. Invece di costruire una mobilità sufficientemente efficiente, lasciamo che ogni famiglia si arrangi comprando automobili e pagando assicurazioni, bolli, manutenzione, pneumatici, carburante e svalutazione del mezzo.
Una seconda auto può costare migliaia di euro all’anno, ma quella cifra non compare quando misuriamo il costo dei servizi pubblici, perché formalmente appartiene al bilancio privato: è un trucco contabile. Quando un collegamento non esiste, il costo non scompare, cambia semplicemente tasca. Lo Stato o l’ente locale risparmiano, la famiglia paga.
Ma c’è un altro pezzo del conto che continuiamo quasi sempre a ignorare, quello che ricade sull’intera collettività. Più automobili significano maggiore usura delle strade, più manutenzione, più incidenti, più inquinamento atmosferico, più rumore e maggiore congestione. Significano anche più spazio urbano occupato dai parcheggi e più costi sanitari legati alle conseguenze della mobilità privata.
Sono spese reali, soltanto distribuite tra bilanci diversi: Comuni, Regione, sistema sanitario, famiglie e imprese. Proprio perché non finiscono tutte nella stessa colonna contabile, tendiamo a non metterle insieme: è questo uno degli errori più gravi nel modo con cui valutiamo il trasporto pubblico. Contiamo quanto costa mettere un autobus sulla strada, ma quasi mai quanto costa alla comunità lasciare cento automobili sulla stessa strada.
Una linea non dovrebbe quindi essere giudicata soltanto dividendo il suo costo per il numero dei passeggeri. Bisognerebbe calcolare anche quante automobili riesce a togliere dalla circolazione, quanti chilometri privati evita, quanto carburante non viene consumato e quali costi ambientali, sanitari e di manutenzione riesce a ridurre.
Non significa che qualsiasi linea di autobus si ripaghi automaticamente, sarebbe demagogico sostenerlo. Significa però che il confronto corretto non è tra il costo del servizio pubblico e zero, è tra quel costo e ciò che spendiamo collettivamente quando il servizio non esiste: ed è proprio qui che la politica dovrebbe cambiare metodo.
La Regione Lazio ha avviato nel 2026 la nuova Unità di rete della Tuscia per superare la frammentazione dei servizi comunali e costruire collegamenti intercomunali più coerenti. Adesso bisognerà capire se servirà davvero a cambiare la mobilità oppure se produrrà soltanto una rete più elegante da rappresentare sulle mappe. Per giudicarla non serviranno convegni, basteranno domande semplici: posso arrivare al lavoro in orario senza usare la macchina? Posso lasciare l’auto in un nodo di scambio e trovare davvero un treno o un autobus? Un ragazzo può raggiungere una scuola senza essere accompagnato ogni mattina? Una persona anziana che non guida può muoversi senza dipendere necessariamente da un familiare?
Nelle aree meno popolate bisogna inoltre smettere di scegliere tra un autobus grande che viaggia quasi vuoto e nessun servizio. Esistono trasporto a chiamata, piccoli mezzi prenotabili, collegamenti flessibili, condivisione delle corse e nodi nei quali concentrare la domanda. La politica dovrebbe avere un obiettivo semplice e misurabile per il Viterbese: non eliminare le automobili, ma ridurre il numero delle famiglie costrette a possederne due o tre per poter vivere normalmente. Questo produrrebbe meno traffico, meno inquinamento, meno usura delle strade e meno costi sanitari; soprattutto lascerebbe più reddito disponibile alle famiglie.
Perché il vero scandalo non è che nella Tuscia ci siano tante automobili, il vero scandalo è che per troppe persone non averle non sia nemmeno un’opzione. Quando una spesa privata diventa obbligatoria perché il servizio pubblico non offre alternative, mentre quella stessa scelta produce costi che poi paga l’intera collettività, la politica non può più fingere che sia soltanto una faccenda individuale. Bisogna smettere di chiedersi soltanto quanto costa un autobus e cominciare finalmente a chiedersi quanto ci costa non averlo.


















