

IL DOMENICALE -Il costo della vita non dipende soltanto da quanto aumentano i prezzi, dipende anche dal luogo nel quale si vive. Nella Tuscia l’automobile è spesso una necessità, i servizi sono distanti, i redditi sono inferiori alla media nazionale e una parte crescente del bilancio familiare viene assorbita prima ancora che una persona possa decidere come spendere i propri soldi. È una disuguaglianza territoriale della quale la politica parla ancora troppo poco.
C’è un dato nazionale che dovrebbe preoccupare molto più di quanto faccia, nel 2026 il 41,7 per cento dei consumi delle famiglie italiane è ormai costituito da spese obbligate, quelle alle quali è difficile o impossibile rinunciare, casa, energia, trasporti, assicurazioni e altri servizi indispensabili, complessivamente 9.693 euro pro capite, con 5.335 euro destinati all’abitazione, 2.310 ad assicurazioni e carburanti e 1.829 all’energia. Nel 1995 quella quota era del 37 per cento, significa che in trent’anni si è progressivamente ridotto lo spazio nel quale una famiglia può realmente scegliere come utilizzare il proprio reddito, non è soltanto un problema di povertà, è un problema di libertà economica.
Una famiglia può anche non essere statisticamente povera, ma se una parte sempre maggiore del reddito viene destinata prima ancora di decidere cosa comprare, diminuisce la possibilità di risparmiare, mangiare fuori, comprare un libro, andare al cinema, sostituire un mobile, fare una vacanza o semplicemente affrontare una spesa imprevista senza preoccupazione. Nella Tuscia a tutto questo si aggiunge un costo che le statistiche nazionali riescono a raccontare soltanto in parte, quello della distanza.
Il costo della benzina self e del gasolio ormai da tempo hanno superato abbondantemente i due euro al litro. Secondo Confesercenti, soltanto durante luglio e agosto il caro carburanti avrebbe prodotto per gli automobilisti italiani un aggravio fino a 1,8 miliardi rispetto all’estate precedente.
Ma un litro di benzina a due euro non pesa nello stesso modo su tutti. Chi vive in una città dotata di metropolitana, autobus frequenti, servizi concentrati e possibilità di raggiungere a piedi una parte delle proprie necessità può almeno scegliere di utilizzare meno l’automobile, chi vive a Valentano, Vetralla, Tuscania, Montefiascone, Acquapendente o in uno dei tanti piccoli centri della provincia spesso questa scelta non ce l’ha. Non è una critica all’automobile, è la constatazione che in molti territori italiani l’auto privata continua a essere una sorta di infrastruttura familiare obbligatoria, questa obbligatorietà pesa ancora di più quando il reddito disponibile delle famiglie è inferiore alla media nazionale. Nella provincia di Viterbo il reddito disponibile pro capite delle famiglie consumatrici è stato stimato per il 2024 in 19.520,68 euro, con una crescita del 2,21 per cento rispetto all’anno precedente, ma ancora sotto la media italiana, mentre il Rapporto economico 2026 conferma anche un valore aggiunto pro capite inferiore a quello nazionale. Significa che in una provincia mediamente meno ricca alcune necessità possono costare proporzionalmente di più.
La politica nazionale continua comprensibilmente a discutere di accise, bonus, detrazioni e sostegni, ma dovrebbe cominciare a considerare anche la geografia del costo della vita, perché mille euro di reddito disponibile non hanno lo stesso valore reale ovunque, dipende da quanti servizi possono essere raggiunti senza spendere denaro, da quanto costa andare al lavoro, dalla presenza di trasporti pubblici e dalla distanza tra abitazione, scuola, uffici e attività commerciali.
La risposta non può essere il periodico bonus concesso quando benzina o bollette diventano insopportabili, perché allevia il problema per qualche mese ma lascia intatta la causa, bisogna riconoscere che esiste un vero costo territoriale della cittadinanza e cominciare a compensarlo.
Significa prevedere agevolazioni per chi è realmente costretto a percorrere molti chilometri per lavorare, studiare o raggiungere servizi essenziali, modulandole attraverso reddito, distanza e disponibilità effettiva di alternative, significa considerare il trasporto pubblico una politica dei redditi e non soltanto dell’ambiente, sviluppare collegamenti intercomunali, servizi a chiamata, coincidenze reali e parcheggi di scambio, significa inoltre distribuire meglio alcune funzioni pubbliche e utilizzare il digitale ogni volta che può evitare uno spostamento inutile.
Ma significa soprattutto cambiare il modo nel quale lo Stato misura le disuguaglianze. Se una famiglia deve possedere due automobili per andare a lavorare, accompagnare i figli, fare acquisti e raggiungere i servizi, il suo reddito reale è più basso di quello di una famiglia con identico stipendio che può svolgere gran parte delle stesse attività senza utilizzare l’auto, e questa differenza dovrebbe entrare nelle politiche fiscali, sociali e dei trasporti, perché il costo necessario per esercitare un diritto non può continuare a essere considerato una faccenda esclusivamente privata.
La Tuscia potrebbe diventare un territorio nel quale sperimentare questo criterio, misurando quanto costa realmente vivere nei diversi comuni della provincia e utilizzando quel dato per decidere trasporti, agevolazioni e localizzazione dei servizi. Non si tratta di sovvenzionare chi ha scelto di vivere fuori dalle grandi città, si tratta di evitare che lo Stato faccia pagare prezzi diversi per esercitare gli stessi diritti.
Perché se vivere in provincia comporta inevitabilmente più chilometri, più carburante e più tempo, quella che oggi chiamiamo distanza finisce per assomigliare sempre di più a una tassa, una tassa che colpisce soprattutto chi ha meno alternative è una delle più ingiuste che possano esistere.


















