

VITERBO – Certe cose non fanno rumore. Non c’è uno schianto, non c’è il tintinnio beffardo di un vetro che va in frantumi, non c’è l’urlo della sirena nella notte. Succede e basta. La materia a un certo punto decide che si è stancata di stare lì, appesa a un chiodo arrugginito, e semplicemente si dissolve, come neve al sole di mezzogiorno o come quei dipinti di Antonello da Messina che a Messina, qualche brutto giorno fa (la notte di Ferragosti), hanno deciso di fare le valigie da soli, evaporando e lasciando al loro posto soltanto un vuoto pieno di imbarazzo.
Il mistero, in fondo, è sempre lo stesso. Cambiano i fondali, cambiano i secoli, ma la magia nera dei furti impossibili si ripete identica.
Prendete Viterbo. Prendete l’incrocio esatto in cui via San Pietro incrocia via Cardinal La Fontaine. C’è una chiesa, quella di Sant’Orsola. O meglio, c’era, perché da quando il Novecento ha iniziato a correre, quel luogo ha smesso di essere una casa di Dio per diventare qualcos’altro. Sconsacrata, dimenticata, abbandonata al suo destino dal 2006, dopo che anche l’ultima fiammata di cultura e teatro dell’associazione Frisigello si era spenta per colpa dell’intonaco che cadeva a pezzi.
Da quel momento in poi, dentro Sant’Orsola sono entrati soltanto i topi, i piccioni e la polvere. Un regno di abbandono silenzioso. Ma dentro, a fargli compagnia nel buio, c’erano loro: due tele preziosissime del patrimonio del Comune di Palazzo dei Priori. Un Seicento e un Settecento di quelli che raccontano la fede e il pennello di una volta. Sull’altare di sinistra c’era la Madonna Immacolata, una tela del Seicento restaurata dalle mani sapienti del pittore Domenico Corvi. Sull’altare di destra, la Santa Lucia del Settecento.
Erano lì, dimenticate da tutti tranne che da qualcuno che evidentemente sapeva dove guardare.
Nel febbraio del 2014, quando un dipendente comunale ha messo piede lì dentro per l’ennesima verifica in quel rudere, lo ha capito subito. Gli altari erano nudi. Le cornici vuote a fissare il nulla. Le tele si erano letteralmente volatilizzate.
Ed è qui che la realtà comincia a confondersi con la favola nera. Perché parliamo di quadri di dimensioni tali da rendere impossibile il trasporto in una semplice utilitaria. Roba grossa, ingombrante. Per farli sparire da Sant’Orsola bisogna uscire dal portone centrale, proprio lì, sulla strada. Una via trafficata, con un bar a due passi, altre attività commerciali e, poco più in là, una pizzeria che nel fine settimana tiene le luci accese e la gente fuori fino a tarda notte.
Eppure, nessuno ha visto niente. Nessuno ha sentito il rumore di un furgone accostato nel cuore della notte, nessuno ha notato sagome sospette trascinare tele pesanti nel buio del centro storico. Come fantasmi. I quadri sono usciti camminando sulle loro gambe, o forse trasportati da ladri dotati della stessa invisibilità dei capolavori svaniti nei musei di mezza Italia.
Quei due dipinti scomparsi sono rimasti per anni come una ferita muta nel corpo di Viterbo, un pezzo di storia sbriciolato e rubato nel silenzio di una chiesa abbandonata. Oggi, per un singolare scherzo del destino, la chiesa di Sant’Orsola è finalmente oggetto di un cantiere, di un intervento di restauro che promette di restituirla presto alla comunità. Ma la domanda, sospesa tra le pietre antiche della Tuscia e il mistero irrisolto di quel febbraio di dodici anni fa, resta lì: dove saranno finite le tele di Corvi e della Santa Lucia? Forse appese nel salotto di qualche collezionista senza scrupoli, o forse svanite per sempre, inghiottite dallo stesso buco nero che, da Messina a Viterbo, continua a ingoiare l’arte quando chi dovrebbe evidentemente non riesce a prendersene sufficientemente cura.

















