

VITERBO – Dieci anni. Un tempo sufficiente, nella vita di uno studente, per passare dai banchi delle elementari al mondo del lavoro o dell’università. Un tempo che, letto attraverso la lente fredda dei dati INVALSI, racconta la storia di una scuola viterbese che prova a restare a galla in un mare in tempesta, tra eccellenze che resistono e crepe strutturali che si allargano nel silenzio.
Il decennio del “paradosso viterbese”
Se guardiamo indietro, dal 2016 ad oggi, emerge nitido il “paradosso della Tuscia”. Nei cicli di scuola primaria, il territorio viterbese riesce quasi sempre a performare bene, con punte di raggiungimento degli obiettivi che superano spesso il 70%. I nostri bambini arrivano preparati, entusiasti, seguiti. Poi, qualcosa si rompe. Nel passaggio verso il secondo grado, la curva delle competenze inizia a scivolare.
Il dato più preoccupante è quello relativo alla dispersione scolastica “implicita” — quegli studenti che arrivano al diploma senza possedere le competenze minime garantite. A livello regionale, siamo passati da un 9% del 2016 a un picco che, complice il trauma post-pandemico, ha sfiorato il 13%. La Tuscia non fa eccezione, costretta a una rincorsa affannosa per evitare che il titolo di studio diventi, per troppi, un pezzo di carta vuoto.
I numeri che ci interrogano
I dati INVALSI non mentono, sono spietati specchi della realtà. In Matematica, la sfida resta aperta: se nei licei viterbesi si punta spesso al top, negli istituti professionali il gap logico-matematico rimane una ferita aperta, con risultati che oscillano pericolosamente tra il 55% e il 60% delle capacità attese.
Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia, quella che raramente finisce nei titoli sensazionalistici. È “l’effetto scuola”: istituti di periferia, situati in contesti socio-economici dove il reddito medio fatica a decollare, riescono a tirare fuori risultati sorprendenti grazie a un corpo docente che ci mette il cuore, supplendo con la passione a carenze di laboratori e fondi che spesso mancano nei piccoli centri della nostra provincia.
La politica del fare (o del guardare)
Cosa ci dicono questi dieci anni? Che non basta più il “si è sempre fatto così”. Il potenziamento delle competenze STEM non è più un vezzo pedagogico, ma un’urgenza sociale. Viterbo e la sua provincia hanno bisogno di una strategia che guardi oltre il singolo anno scolastico.
La sfida per il prossimo futuro è chiara: dobbiamo smettere di leggere le prove INVALSI come una pagella della vergogna per i docenti o come una gara tra istituti. Sono, invece, il termometro di una febbre che colpisce il nostro futuro. I ragazzi della Tuscia hanno le potenzialità per giocarsela alla pari con chiunque, ma non possiamo permetterci di lasciare indietro quel 10-12% che rischia di perdersi per strada.
La scuola è l’ossatura di una comunità. E dopo dieci anni di dati che ci indicano la direzione, è tempo che la politica e le istituzioni locali smettano di guardare altrove e inizino a investire davvero dove si gioca la partita più importante: quella per la testa e il cuore delle nuove generazioni viterbesi.

















