

VITERBO – Questa storia della scritta sulla facciata del Liceo Classico “Mariano Buratti”, una ricostruzione durante il restauro dell’edificio di una intitolazione d’epoca fascista, nasconde problemi che vanno al di là dell’opportunità formale – e sostanziale – di un simile intervento.
A ben vedere, hanno ragione tutti. Ha ragione innanzitutto chi grida allo scandalo. Ma ha ragione anche chi sostiene che una democrazia forte non ha bisogno di temere il passato. Ha ragione chi osserva che quella scritta non è fedele alla storia del palazzo e quindi sospetta una forzatura ideologica o denuncia una becera superficialità storica. Ha ragione chi fa notare che ci sono ben altri problemi a Viterbo, e ben altre scritte da criticare (vedi il famigerato striscione “remigrazione” a Piazzale Gramsci). Quando tutti sembrano avere ragione, allora significa che ognuno ha qualcosa da nascondere, vede solo ciò che vuol vedere (si chiama bias cognitivo), sicché il problema andrebbe affidato ad un buon senso collettivo. Il buon senso oggi non alberga neppure sulle scale di un condominio, figuriamoci se lo ritroviamo sui media e nell’amministrazione della cosa pubblica.
Di certo, chi ha deciso, chi ha preso decisioni, chi sta operando e comunque chi è stato direttamente o indirettamente chiamato in causa dovrebbe fornire una qualche cortese e circostanziata risposta. Non si sta parlando di casa sua, dove uno è libero (e fin a un certo punto…) di fare come meglio crede, ma di un edificio pubblico dedicato a svolgere una funzione istituzionale. Quindi, sarebbe opportuno che l’Ente proprietario dell’immobile (la Provincia), il progettista dell’intervento e la Sovrintendenza si esprimessero.
Di passata, vorrei far notare che l’edificio è della fine degli anni Trenta e se non fosse di proprietà pubblica probabilmente non sarebbe oggetto di tanta solerte cura storica, tant’è che un edificio altrettanto storico come Castel Firenze – tardo e pittoresco liberty degli primi anni Venti – è stato distrutto senza che nessuna istituzione muovesse un dito solo perché era di proprietà privata. E per fortuna che i progettisti che stanno rivoluzionando l’area degli ex Mercati Generali a Viale Trieste hanno voluto garantire il recupero conservativo della facciata dell’ex Palazzina Blasi, con le sue iconografie classicheggianti risalenti agli anni Trenta. Altrimenti, vista l’inerzia di una Sovrintendenza che sembra poco attenta perfino a quel che accade al patrimonio archeologico del territorio (vedi ad esempio Castel d’Asso), avremmo perduto anche quel ricordo.
Insomma, non è tanto una questione legata alla “Casa del Balilla” (tuttavia oggi l’unica Balilla che vale ha quattro ruote), ma di spiegare che cosa sta avvenendo e con quale criterio di opportunità. Certamente la damnatio memoriae è strumento delle dittature e di chi non si sente abbastanza forte da distinguere tra storia e realtà odierna, ma è soprattutto una questione di intelligenza, di saper valutare l’opportunità o meno di certe scelte. Altrimenti, se è vero che nessuno si sogna di abbattere i monumenti dell’Eur (ma ci fu chi lo pensò…), è altrettanto vero che può apparire inopportuno e poco intelligente condividere la memoria di un Eroe Partigiano con il ricordo di una Casa del Balilla.
















