

VITERBO – La politica della Tuscia sembra essersi abituata a una forma di sopravvivenza permanente. Non governa davvero il cambiamento: lo rincorre. Non costruisce una direzione precisa: prova a mantenere equilibri. E così il territorio resta fermo mentre il mondo attorno accelera. Il problema più grande non è soltanto economico. È culturale e politico.
Da anni si procede senza scegliere davvero cosa debba diventare la Tuscia. Turismo, agricoltura, cultura, logistica, università, energie rinnovabili, enogastronomia: tutto viene evocato, nulla diventa priorità strategica reale. Si prova a tenere insieme ogni cosa, spesso per non scontentare nessuno. Ma un territorio che non sceglie finisce per disperdere risorse, energie e opportunità. La politica dovrebbe avere il coraggio di indicare una direzione. Dovrebbe capire quali settori possono realmente creare identità, lavoro e prospettiva nel lungo periodo. Invece troppo spesso prevale una gestione frammentata, fatta di piccoli interventi scollegati, fondi distribuiti senza una visione comune e progetti che nascono e muoiono senza lasciare traccia.
Anche il rapporto con la modernità appare ambiguo. Si parla continuamente di innovazione, ma poi si ha paura di cambiare davvero assetti consolidati. Si invoca sviluppo, ma spesso si continua a ragionare con logiche amministrative lente, localistiche e difensive. Nel frattempo altri territori costruiscono marchi riconoscibili, attirano investimenti, sviluppano reti internazionali, trasformano cultura e identità in economia reale. La Tuscia invece rischia di restare schiacciata in una dimensione provinciale che la rende incapace di competere davvero.
Eppure le potenzialità esistono. La posizione geografica, la vicinanza a Roma, il patrimonio storico, il paesaggio, l’università, le produzioni agricole, la qualità diffusa del territorio potrebbero rendere la Tuscia uno dei laboratori più interessanti d’Italia sul rapporto tra qualità della vita, cultura ed economia. Ma per farlo servirebbe una politica meno ossessionata dalla gestione dell’immediato e più capace di pensare in grande. C’è poi un altro nodo: l’assenza di un vero dibattito pubblico.
La politica locale appare spesso più preoccupata di controllare gli equilibri che di produrre idee. Si comunica continuamente, ma si discute poco. Si evitano i conflitti culturali, quasi fossero un problema, quando invece sono proprio le discussioni vere a far crescere i territori vivi. Così si finisce per galleggiare. Non abbastanza fermi da crollare, ma nemmeno abbastanza coraggiosi da cambiare davvero. Ed è forse questa la forma più insidiosa del declino: non quella spettacolare, ma quella lenta e silenziosa. Una provincia che progressivamente riduce le proprie ambizioni, si abitua alla perdita di giovani, di servizi, di centralità, e trasforma la rassegnazione in normalità amministrativa.
Il ruolo della politica dovrebbe essere esattamente il contrario: rompere l’abitudine al ridimensionamento. Costringere il territorio a pensarsi più grande, più moderno, più competitivo. Non limitarsi a gestire ciò che resta, ma decidere finalmente cosa la Tuscia vuole diventare.

















