
EDITORIALE – Mi è capitato diverse volte di mettere piede al Pronto Soccorso di Belcolle. Di ogni esperienza non posso raccontare niente di sbagliato, tranne la fila. Sempre i medici che mi hanno visitato sono stati scrupolosi in base al caso e sono riusciti a dare una risposta al problema specifico. Ovvio, quello non è un hotel 5 stelle.
E’ un luogo di frontiera, con le criticità di questo genere di posti. Il peso dei numeri è grande, lo stress pure, la materia maneggiata: l’uomo; di una complessità senza pari. Oltre la fisica quantistica.
Mi è capitato diverse volte di entrare in contatto con l’ospedale di Belcolle. Direttamente o indirettamente. Ho scelto di fare nascere lì la mia primogenita. Non vi confesso che non ho attraversato la fase del dubbio. Tante le chiacchiere su questa nostra realtà sanitaria. Novanta per cento di queste sicuramente sono pure chiacchiere, distruttive parole.
Diversi racconti mi avevano rappresentato la realtà di Ostetricia come un caos, un posto rischioso. Non mi sono fidato del sentito dire, ho valutato i rischi di un possibile parto d’urgenza da gestire verso Roma o Orvieto. Alla fine mi sono affidato. Scelta che si è rivelata giustissima.
Ho un ricordo positivo di quei giorni. Con un primario, Nicolanti, capace di tenere nel massimo ordine l’intera situazione. Un personale con il sorriso, la disponibilità e la professionalità. Ho analizzato più e più volte quei giorni e mi sono reso conto che se avessi voluto avrei anche io trovato gli appigli per raccontare un’esperienza terribile, mettendo l’accento su piccole cose marginali. Tipo tre buchi per fare un prelievo. Ma è chiaro che sarebbe stato ridicolo e senza senso. Mi domando se tante delle chiacchiere che girano su Belcolle siano enfatizzazioni di passaggi negativi all’interno di esperienze molto più complesse. Ho buone ragioni di credere, conoscendo l’animo umano, soprattutto quello dell’era dei social, che sia così.
E quanto male faccia questo accanimento è incalcolabile. Anche perché se al termine di alcuni racconti ti fermi a chiedere: ma hai denunciato? Spesso ti senti rispondere: “No, che denunci a fare”. Questo è l’assurdo, se ritieni che quanto ti capita sia sbagliato hai il dovere di denunciare per contribuire a fare pulizia e a mettere ordine nel servizio sanitario pubblico. Prendendoti anche la responsabilità che se la tua osservazione è infondata esci male dal processo. Perché il rischio è quello di vivere immersi in una società di chiacchieroni che a fatti risolvono poco.
Quanto accaduto in questi giorni, con la morte di una ragazza, dovrà essere stabilito dalla magistratura. Se ci sono degli errori i responsabili saranno condannati. Certo la ragazza non la riporterà nessuno e questo ci riempie il cuore di dolore e ci spinge a tenere il profilo più basso possibile per rispetto del dolore della famiglia. Al tempo stesso però non si può rimanere in silenzio davanti a una gogna social verso i medici. Medici che, fino a prova del contrario e tenendo conto che gli errori (per quanto terribili e dolorosi) fanno parte anche questi dell’uomo, non dobbiamo dimenticarlo sono patrimonio di tutti noi.
L’appello che rivolgiamo ai cittadini è di non sparare a zero sulla sanità locale perché è sbagliato e ci rimettiamo tutti. Al tempo stesso chiediamo a chi decide di assicurarsi che la scelta di chi lavora nella sanità sia fatta tenendo sempre conto delle capacità e mai di altre ragioni. Chiediamo alla politica di essere una buona politica e non un fattore infettante delle realtà che governa. Convinti che già è così ma che ci sono sicuramente cose da mettere a posto.


















