La mosca di Velo - Occhio ai pesci che si mettono in acqua
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Un fiume (o lago) può dirsi in buon equilibrio se anche la quantità dei pesci che ospita è in rapporto ottimale con l’ambiente. Se, per un qualsiasi motivo, la quantità di pesce diminuisce, è prassi comune reintegrarla con esemplari quasi sempre provenienti da allevamenti e che – almeno sulla carta – sono controllati dal punto di vista sanitario.

Un fiume (o lago) può dirsi in buon equilibrio se anche la quantità dei pesci che ospita è in rapporto ottimale con l’ambiente. Se, per un qualsiasi motivo, la quantità di pesce diminuisce, è prassi comune reintegrarla con esemplari quasi sempre provenienti da allevamenti e che – almeno sulla carta – sono controllati dal punto di vista sanitario.

L’idea ripopolare il fiume (un ambiente naturale) con pesci provenienti da allevamento (un ambiente del tutto artificiale) è già perdente in partenza perché si immettono animali che nulla sanno della vita selvatica: sono abituati ad essere alimentati dall’uomo e quindi spesso incapaci di procurarsi il cibo in maniera autonoma e, abituati alla presenza dell’uomo che identificano come colui che porta loro il cibo, hanno perso tutta la loro originaria diffidenza.

Se aggiungiamo, poi, che quasi sempre si tratta di esemplari sterili e non in grado di riprodursi riduciamo allo zero assoluto l’utilità di queste immissioni. Immettere pesci in acque pubbliche è compito esclusivo dell’autorità preposta: l’immissione da parte di privati è tassativamente vietata “salvo deroga”.

“Deroga” significa avere il permesso di compiere atti contrari alla legge con l’autorizzazione della legge, cosa che dovrebbe essere possibile solo in casi particolari di urgenza o di necessità.

Le immissioni “ufficiali”, ossia a cura degli organi competenti, avvengono solitamente in occasione dell’apertura della pesca. Quelle “ufficiose” avvengono ogni qualvolta qualcuno decide di immettere pesce a suo uso e consumo: per fare la garetta sotto casa, per sbarazzarsi del pescato arrivato a casa ancora vivo, per avere più pesce a disposizione e via discorrendo.

Oppure per avere a disposizione pesci “diversi dal solito”, che raggiungono pesi elevati oppure che sono più divertenti o più facili da catturare. Seguendo questa teoria, per anni si sono fatte immissioni – regolari e non – senza tenere minimamente conto delle necessità del fiume causando così danni irreparabili di cui stiamo oggi pagando le conseguenze.

Mi riferisco alle trote iridee, al barbo spagnolo, al temolo slavo, alla brema, all’aspio e via discorrendo arrivando al siluro. Inutile elencare lo scempio ecologico causato dall’immissione di pesci alloctoni: è sotto gli occhi di tutti l’ormai cronica assenza di alborelle, vaironi, temoli padani, lasche, pighi e quant’altro causata dall’invasione di specie che ne condividono l’ambiente e che sono vittoriose nella competizione alimentare.

Viene spontaneo chiedersi quali siano le teorie che spingono a queste decisioni stupide quanto inutili. I pescatori si professano molto spesso (ed a ragione, altrettanto spesso) protettori dell’ambiente acquatico e tante sono le manifestazioni e le attività a sua difesa ed è difficile capire come si possa arrivare a desiderare specie che nulla hanno a che fare con le nostre acque.

E’ un po’ come dire “Mi piacciono i safari e siccome dove abito non ci sono i leoni, ne libero una coppia così si riproducono ed io posso andare a fare caccia grossa”, magari anche nei giardinetti sotto casa così, magari non debbo neppure spostarmi più di tanto.

Una idiozia grossa come una casa ma sulla base di questo ragionamento si rilasciano specie che si trovano in cima alla catena alimentare e che, non avendo predatori, prolificano a danno delle proprie prede.
E’ il caso del siluro il cui appetito insaziabile è pari alle dimensioni che è in grado di raggiungere. La dannosità di questa specie è tale che alcune provincie hanno in passato decretato il divieto di reimmissione una volta catturato nel tentativo di rallentarne la diffusione ma sono in molti ad aver gridato allo scandalo sollevando i propri scudi a difesa di una specie “meritevole di rispetto” al pari delle altre.

Nulla da eccepire sul piano morale, ma tanto da dire su quello pratico. Nel nome del rispetto si è distrutto un ambiente, anzi, quasi tutti gli ambienti acquatici. Se non si corresse il pericolo di essere denunciato per istigazione all’omicidio, verrebbe da suggerire “invece di eliminare il siluro, forse sarebbe meglio eliminare chi ha avuto la brillante idea di immetterlo in acque non sue”.

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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