La lettera dei tredici, ecco come ti sfregio la festa della città per questioni personali
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VITERBO - Una lettera a orologeria, così può essere descritta quella firmata dai tredici facchini che annunciano la propria volontà di non indossare la divisa il giorno del tre settembre. 

VITERBO – Una lettera a orologeria, così può essere descritta quella firmata dai tredici facchini che annunciano la propria volontà di non indossare la divisa il giorno del tre settembre. 

Una lettera messa in circolo sui social, più o meno ripresa da tutti i giornali. In molti casi “meno” in quanto all’interno sono raccontati fatti non verificabili e potenzialmente giudicabili lesivi dell’immagine di chi viene tirato in ballo. Raccontata come un atto di difesa da una presunta “troika” – tutta da dimostrare – rappresenta piuttosto un gesto che sfregia la festa e la tradizione più importante della città di Viterbo. 

Tra i firmatari Paolo Moneti, sfidante di Massimo Mecarini per la presidenza del Sodalizio e sconfitto lo scorso gennaio. Lui e gli altri dodici accusano Mecarini e Rossi di avere “punito” alcuni facchini e “premiato” altri. L’oggettività e obiettività del suo punto di vista è in maniera lapalissiana non credibile, perché parte in causa di un complesso processo di contrapposizione di poteri all’interno del Sodalizio. L’azione stessa della lettera è temeraria, non potendo determinare di fatto nessun cambiamento sulle cose e puntando esclusivamente a proiettare ombre e liberare mostri nell’opinione pubblica. 

Viene costruito il tentativo di rappresentare gli attuali vertici come “epuratori”. Si contesta al capofacchino di avere scelto i suoi uomini, utilizzando anche frasi “tu non sei di mia fiducia”. Si cerca di rappresentare tutto questo come scandaloso, si tenta di raccontare che il “siamo tutti d’un sentimento” non esiste più. 

Ma qui i tredici sbagliano. Quella formazione scelta dal capofacchino, quelle esclusioni anche di chi non è più di sua fiducia evidentemente sono utili nel mantenere gli uomini della formazione “tutti d’un sentimento”. Può piacere o no, ma i fatti dicono questo. Là, sotto Gloria, anche fosse vero quanto dichiarato dai tredici l’unità del sentimento è salva. E questo è il ruolo del capofacchino. 

Si accusa Mecarini di indagare sul comportamento dei Facchini, di passare in rassegna i loro pensieri. Da presidente del Sodalizio non ha forse il dovere di vigilare su quello che accade, su come si muovono i suoi facchini? Leggendo la lettera in più passaggi ci è venuto in mente Nello Celestini. 

Personalmente abbiamo avuto modo di trascorrere con lui diverse ore. Abbiamo parlato tanto del Sodalizio, dei facchini, di cosa sono e cosa devono essere. Ci sono venute alla mente le sue parole sulla divisa del facchino, proprio sulla divisa. La sua introduzione è una delle cose del Sodalizio che rendeva più orgoglioso Nello. Chi l’ha conosciuto davvero lo sa, non può non ricordarlo. 

Non indossare la divisa il giorno del tre settembre dice tutto. Dice che i tredici non sono più facchini. Ma non tanto perché qualcuno li ha declassati, non premiati o sconfitti, piuttosto perché chi si toglie la divisa non protesta contro qualcuno ma semplicemente cessa di essere facchino. Non lo è più non tanto nell’esteriore ma al suo interno. Nel suo cuore e nel suo spirito. 

L’accusa dei tredici somiglia tanto al pianto degli sconfitti. Dentro al Sodalizio sono nate due correnti, questo dicono i fatti. Si sono misurate e c’è stato chi ha vinto e chi ha perso. A chi vince spetta decidere, perché questa è la regola principe della democrazia. Lo dice bene Tocqueville nel suo “Dispotismo della maggioranza”. Chi ha i numeri decide. Bene? Male? Decide. 

Una domanda che farebbe capire tante cose ma che non potrà mai avere risposte suona cosa: cosa sarebbe accaduto oggi se a fine gennaio avesse vinto la cordata di Moneti? Ci azzardiamo di dire che sarebbe accaduto probabilmente l’inverso. Giusto? Sbagliato? E’ così, funziona così. E se ci riflettiamo bene si può essere “tutti d’un sentimento solo così”. Un discorso rigido? Sì. Rigido come era Nello Celestini. E per capirlo fino in fondo non possiamo dimenticare che il Sodalizio è una sua creatura. 

Perché quando hai tonnellate di peso sopra la schiena, un centinaio di tuoi uomini sotto e decine di migliaia di persone intorno a guardare non c’è spazio per tanti assemblearismi, per tante fioriture dei punti di vista. E anche perché il potere ha le sue regole e pure una semplice associazione, figuriamoci una realtà importante come il Sodalizio, ne è determinata. Alla luce di tutto questo la lettera dei tredici appare chiaramente come uno sfregio, che non porterà risultato a nessuno e che non serve ad altro che ad avvelenare le menti e i cuori. Fatto grave che accada a pochi giorni dal “Sollevate e fermi”.

 

P.s. Diverso tempo fa, durante un’intervista, uno dei protagonisti di questa lettera mi disse: “Pomi, tanto lo so che tu sei amico di Mecarini”. Fu una frase che mi ferì, iniziai a chiedermi se avessi commesso qualche errore nello svolgere il mio lavoro. Poi mi diedi questa risposta: “Quest’uomo divide gli uomini in amici e nemici”. La lettera dei tredici è figlia di questa mentalità che forse deve anche esserci quando sei al comando di qualcosa ma se va oltre, se la coltivi anche quando non comandi e non incidi, può generare solo tossine e azioni tossiche inutili. 

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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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