
EDITORIALE – Siamo lieti di constatare che c’è una grandezza insuperabile, anche in olio d’oliva. Non è quella delle cariche, né quella dei suv che guidi e neppure degli abiti che indossi, specie se poi non sai abbinare i giusti calzini. Vogliamo parlare ora della grandezza della dignità. Sembrava un po’ fuori moda, finita nel dimenticatoio o in una di quelle soffitte di zia che nessuno visita più. Invece è riapparsa, con tutta la sua chiarezza, in questi ultimi giorni di Tuscia.
La grandezza di quella dignità che si fonda su una cosa tanto difficile per i più, tanto semplice per alcuni. La grandezza di chi lavora al servizio dell’uomo. E ci sembra essere una questione di baffi perché sabato 9 maggio centinaia di persone si sono inchinate a Vito Ferrante. Principe dell’umanità, servitore della persona. Talmente potente Vito che mentre Peppe Sini parlava, con la dignità della sua barba e del suo citare Kafka e Pessoa, tutti ce l’avevano lì, nel cuore. E i baffi Vito ne aveva di belli, probabilmente imbattibili. Lui con i baffi ci parlava. Quelle parole di Vito, quelle parole di rispetto per l’uomo da fare impallidire l’arroganza. E mentre Vito era lì, alla Fattoria di Alice, ad abbracciare i suoi che cantavano e pensavano e ricordavano e vivevano ed erano “questa grande umanità” a ottanta chilometri, in un altro Stato (il Vaticano), altri baffetti si divertivano a farsi fotografare nel giorno più bello della vita. Questa volta parliamo dei baffi di Italo Leali che porta il papa a parlare di sla, a impegnarsi per la ricerca, a guardare questa malattia. Vito che ha sconfitto lo stigma e ci ha restituito la bellezza di ogni essere umano. Italo che ha vinto l’indifferenza e ha riempito di musica ed esempio il silenzio della disperazione. Italo e Vito, così diversi e così uguali. Immensi, da fare abbassare lo sguardo anche a un papa. Da fare commuovere centinaia di persone. Da conquistare i giornali, impresa che non riesce più (diciamocelo francamente) a chi pensa di avere tanto potere (avete fatto caso a quanto spazio sta dando La Fune – Il Giornale dei Viterbesi ai politici? Prossimo allo zero, perché la realtà è da un’altra parte e i politici ci hanno litigato da tempo).
Nella storia di Italo, in fondo nelle foto ufficiali, c’è un altro signore. Si chiama Paolo, di cognome fa Pelliccia. Al secolo fa il commissario della Biblioteca (pensate che qualcuno vorrebbe riportare un direttore col patentino, preferendo il patentino all’intelligenza e alla capacità). Mentre Italo sta col Papa, Pelliccia sta seduto. Placido, tranquillo, sorridente. Lavora anche lui, come Vito e Italo, per l’umanità. Ci parla, ci ragiona, la invita a incontrare altra umanità in viale Trento. Sotto spacciano e sopra costruiscono il futuro. Pelliccia non ci sembra avere baffi, ha colpito l’immaginario locale con i suoi cappelli. Per questo abbiamo capito che la grandezza vera, quella delle dignità, deve avere qualcosa a che fare con barbe, baffi e cappelli.

















