La grande arte del presepe al Vivaio Paparozzi
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Galline che beccano nell’aia, una madre che aiuta la figlia a cucinare la polenta, uomini che banchettano intorno ad una tavola imbandita, il rumore del fiume che scorre ...

VITERBO- Vittorio Paparozzi è uno dei vivaisti più conosciuti in città, capelli bianchi, sguardo fiero e una grande passione per i presepi. Fin dall’età di otto anni, Vittorio si diletta, con un professionismo degno di un sublime artigiano, ad allestire presepi. Nel suo vivaio è possibile vederne uno di oltre cento metri quadri.

Da diversi anni a questa parte, una serra è dedicata ad una riproduzione fedele e minuziosa di tutta la vita di Gesù, dalla grotta a Betlemme fino alle piramidi in Egitto. Il presepe del Sig. Vittorio è di una ricercatezza tale che sembra di entrare veramente in Palestina.

“Di tutto quello che si vede, compro solo le statuine in ogni parte d’Italia. Non solo Napoli, ma anche in Sicilia dove si possono trovare presepi costruiti da artigiani bravissimi e molto ricercati”, queste le prime parole del signor Vittorio che ci accoglie nel suo regno con gentilezza e disponibilità. Tutto il resto è frutto di una ricerca instancabile per ogni più piccolo dettaglio, le rocce di un ruscello, i rami di un ulivo, le stoviglie di una piccolissima tavola apparecchiata in una altrettanto minuscola casetta in mezzo al deserto.

Questo colpisce di questo presepe: nulla è lasciato al caso, tutto è frutto di una ricerca dettagliata anche suoni e luci che riproducono tutte le fasi del giorno e della notte. Luna compresa.

“Non faccio un disegno prima di cominciare, vado a braccio, ma ora che vedo tutto questo lavoro completato, ho già in mente come sarà quello dell’anno prossimo”. Vittorio, con creatività ed inventiva, ogni anno rimescola le carte e inventa scene nuove ricreando questa bellezza già da Settembre, nei ritagli di tempo, quando il lavoro al vivaio allenta un po’ la sua morsa.

Inevitabile il ricordo dell’incendio del 2016 quando furono distrutte alcune serre. In una di queste erano riposti i tanti scatoloni dove le statuine del presepe riposano. Tutto bruciato, tutto da ricostruire, restano pochi cocci che Vittorio conserva in un angolo “per non dimenticare mai quel tremendo fatto per me e la mia famiglia”. In pochi giorni però, per reazione ad un male che si era palesato così violentemente, il Signor Vittorio ricomincia la sua ricerca e il presepe rinasce più bello e completo di prima.

Galline che beccano nell’aia, una madre che aiuta la figlia a cucinare la polenta, uomini che banchettano intorno ad una tavola imbandita, il rumore del fiume che scorre, quello del vento che scuote le fronde di un ulivo, il canto di un gallo che annuncia l’inizio di un nuovo giorno, queste alcune delle tante scene di questo presepe che, possiamo tranquillamente affermare, sia il più bello di Viterbo.

 

 

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Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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