
VISTO DALLA GENERAZIONE Z – Ogni anno, il 10 ottobre, il mondo accende un faro su un tema che per troppo tempo è stato confinato nell’ombra: la salute mentale. L’obiettivo ufficiale della Giornata Mondiale della salute mentale è diffondere consapevolezza, stimolare azioni concrete e rompere i silenzi che ancora pesano su questo argomento.
Non è un’esagerazione dire che noi della Gen Z abbiamo iniziato a cambiare le regole del gioco. Oggi siamo più a nostro agio nel parlare di fragilità, ansia, burnout. Non li viviamo più come qualcosa “da nascondere”, ma come esperienze che fanno parte della nostra esistenza. Secondo un recente studio UNICEF, 6 ragazzi su 10 si dicono sopraffatti dalle notizie e dagli eventi che accadono nel mondo, e 4 su 10 ammettono di aver bisogno di supporto mentale.
Purtroppo, in molti casi, anche se la consapevolezza cresce resta la difficoltà di trovare strumenti vicini e concreti. Allo stesso tempo, fortunatamente, stiamo pian pian imparando a riconoscere i sintomi e a cercare aiuto, non perché siamo più fragili, ma perché viviamo in un ambiente che amplifica le sollecitazioni, le aspettative, le contraddizioni.
Un’epoca veloce che non concede pausa. Il mondo corre. Le notizie arrivano come onde. Le piattaforme social ci mostrano il meglio, le vite
perfette, il peggio, i disastri globali, tutto insieme. Viviamo costantemente connessi, in una sovraesposizione che non lascia pause. Non è un segreto che l’uso problematico dei social possa essere dannoso: uno studio della WHO riporta che il tasso di comportamenti problematici legati ai social media tra gli adolescenti in Europa è salito dal 7 % del 2018 all’11 % nel 2022.
Questa vulnerabilità digitale si intreccia con le pressioni del mondo reale: il futuro incerto, la precarietà lavorativa, il confronto costante. Tutto si somma. In più, quando cerchiamo aiuto, troviamo ostacoli pratici come il costo delle cure, la mancanza di punti di riferimento a cui rivolgersi, le difficoltà di accesso ai servizi.
La Gen Z che rompe il silenzio. Certamente questo non è un tema esclusivo della Gen Z. Chiunque può aver fatto esperienza di tali problematiche, ognuno con le proprie ferite. Ma per la nostra generazione la posta è alta. Abbiamo vissuto la pandemia da adolescenti o ventenni, con l’isolamento appena dietro l’angolo. Abbiamo visto le nostre scuole e università oscillare tra didattica in presenza e a distanza. Abbiamo imparato ad amare e a ferirci attraverso uno schermo. Abbiamo guardato mondi lontani ma vicini via internet. Tutto questo ha scolpito in noi una sensibilità diversa, più fragile.
Ecco perché non vogliamo rimanere nel tunnel di stigma e vergogna in cui per troppo tempo sono state relegate queste tematiche. Oggi ci sentiamo in dovere di parlarne, e siamo allo stesso tempo consapevoli che questo non basta: dobbiamo agire. Chiedere spazi di ascolto nelle scuole, sui luoghi di lavoro, cercare di ricavarli qua e là nella vita quotidiana. Pretendere che il benessere mentale diventi priorità strutturale, non solo una tematica d’occasione.
Se c’è una lezione che questa giornata deve lasciarci, è questa: parlare di salute mentale non ci rende deboli, ci rende liberi. Liberi di chiedere aiuto, di accettarci, di guardare avanti senza paura del giudizio. Per questo vogliamo continuare a nominare l’ansia, la stanchezza, l’incertezza, senza vergogna. Vogliamo che chi lo fa non sia giudicato, ma accolto. Siamo la generazione che ha ereditato un mondo complesso ma anche quella che ha scelto di parlare. Non per lamentarsi: per trasformare.


















