
EDITORIALE – Essere chirurgici nel calare i colori sui territori, questo è quello che tutti si aspettavano dal governo di larghe intese che trova il suo volto nel presidente Mario Draghi. Una chirurgia che però, facendo un focus su quanto accaduto nel Viterbese, non sembra essere così precisa. La Tuscia paga i numeri dell’intera regione Lazio, soprattutto la situazione di Frosinone, dove si sono diffuse le varianti del virus, e si ritrova in zona rossa nonostante il numero dei contagiati non sia allarmante.
In queste ore 111 amministratori locali: sindaci, assessori, consiglieri; hanno firmato e spedito al ministro Roberto Speranza e al presidente Nicola Zingaretti una lettera dove chiedono di rivedere quanto deciso e di alleggerire i restringimenti sulla Tuscia a quelli previsti per la zona arancione.
Una mossa interessante che, come giornale del territorio, intendiamo sostenere e condividiamo profondamente. Non manca chi cerca di buttarla sul politichese. Un errore grossolano, anche in termini di strategia politica. Gli amministratori che hanno firmato la lettera infatti hanno messo a segno un’azione intelligente, che non fa altro che dare voce e rappresentare i cittadini. La situazione economica, dopo un anno di lockdown, su un territorio fatto di micro realtà imprenditoriali e commerciali è infatti da mani nei capelli.
La difficoltà di tanti piccoli imprenditori è un dato oggettivo e il nervosismo è alle stelle. In caso di numeri di contagio alti tutti sono disposti ad accettare le limitazioni necessarie ma è difficile fare capire provvedimenti fortemente restrittivi da zona rossa quando il contagio in quello specifico territorio non è allarmante.
Diventa complicato poi spiegare perché devono rimanere chiusi i parrucchieri o i centro estetici, che sono organizzati con i distanziamenti e il lavoro su appuntamento (per evitare concentrazioni), e poi negli ipermercati cittadini c’è una situazione di calca da fare davvero paura. Il tutto sotto gli occhi indifferenti di tutti.
Diventa difficile dire a un barista o a un ristoratore che deve fare solo asporto. Parliamo di categorie martoriate dalla pandemia. I sindaci, gli assessori, i consiglieri che hanno voluto scrivere la lettera hanno solo incarnato una richiesta che viene dalle persone. Da chi è seriamente preoccupato per il proprio futuro. Il loro è un gesto da buoni amministratori che spacca le logiche del politichese. Lo sosteniamo, apportando la nostra forza e lanciando un messaggio di vicinanza a tutti gli imprenditori e commercianti del Viterbese costretti a una nuova chiusura così drastica e percepita come fortemente ingiusta.
Ci sentiamo molto vicini a tutti i lavoratori del settore della ristorazione, dei bar, degli alberghi. Vicini ai commercianti che avevano riempito i negozi di merce sperando in una Pasqua di ripresa dei consumi e invece non potranno neanche aprire. Purtroppo non possiamo fare molto, una cosa però abbiamo scelto di farla: non restare in silenzio.

















