La cultura di pochi, per pochi. Più business che altro
Roberto Pomi
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Sulla candidatura di Viterbo a capitale italiana della cultura ci sarebbe molto da dire e analizzare. Non vorremmo rischiare di passare per gufi. Certi animali ci piacciono poco. Come ci piacciono poco le iene, per fortuna che a Viterbo non ci sono. Non è mica una giungla questa città. Di sicuro però non è neanche un paese per giovani.

La candidatura viterbese a capitale italiana della cultura non è certo figlia di un’azione di coinvolgimento e di partecipazione, come per esempio è accaduto nella vicina Spoleto.

Tutto è stato fatto nel chiuso delle stanze, mettendo al tavolo troppa politica, qualche amico e tenendo fuori il grosso di chi ogni giorno a Viterbo lavora nel settore culturale. Tutto legittimo, per carità. Ma opportuno? E’ veramente vero che “la città ha già vinto”? Da quello che ci risulta, questa candidatura nasce dalla fusione a freddo di diversi pezzetti, prodotti in privato dai singoli partecipanti al comitato scientifico. Tante cose messe insieme, magari anche intelligenti ma non certo figlie di una visione d’insieme. 

Si è arrivati a lavorarci tardi, molto tardi. Si è tenuta fuori gran parte della società civile viterbese. Tanti gli scontenti, troppi. La sensazione di fondo è che la cultura a Viterbo continui a essere roba di pochi, magari anche per pochi.

Qualcosa che alla fine serve poco alla crescita collettiva e che magari piace molto a chi noleggia palchi, service e macchine sceniche varie. Insomma più business che crescita della cittadinanza.

Tagliati completamente fuori i giovani viterbesi. Continuano a essere dei fantasmi in città, in questa città che ogni giorno che passa si conferma sempre più un posto per vecchi. Altro che “un posto capace di dare un futuro alle giovani generazioni”. Con buona pace di Michelini.

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Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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