
EDITORIALE – Non tutti possono vedere le cose allo stesso modo. Ma questo non significa che tutti i punti di vista siano validi e abbiano la stessa qualità, lo stesso punto di verità, la medesima capacità di coglierla.
Ci sono pareri qualificati e altri sprovveduti. Poi ci sono anche i pareri interessati, quelli fuori luogo, quelli volutamente travisati. Sul montaggio della Macchina a San Sisto anticipato di quest’anno c’è stata un po’ di polemica. Non tutti i viterbesi, diciamocelo francamente, sono stati “d’un sentimento”. Qualcuno per ragioni politiche – perché c’è chi pensa in questa città che si possa fare politica su tutto e tutto sia politica (forse non hanno tutti i torti a giudicare dalle cose folli a cui ci capita di assistere e alle castronerie che ci succede di ascoltare) – qualcun altro per intime convinzioni proprie.
Sta di fatto che quando le patate arrivarono in Europa nel post 1492 quasi nessuno le mangiava. Molti credevano fossero velenose. E lo stesso si può, manuali di storia alla mano, raccontare dei pomodori. Opinioni false ovviamente ma in certi momenti appartenute alla maggioranza. Questo dovrebbe aiutarci a capire che il fatto che un’idea appartenga alla maggioranza non sia garanzia di veridicità, anzi.
Bene, in una città dove c’è un po’ di maretta su una cosa come il montaggio anticipato della Macchina di Santa Rosa abbiamo oggi assistito a un gesto di una sensibilità che merita di essere notata. A compierlo è stato Raffaele Ascenzi. Quando lo abbiamo ascoltato le sue parole ci sono apparse come il tentativo di fare una carezza alla città. Una di quelle carezze che ti danno per calmarti, per farti capire che è tutto a posto, per darti il coraggio della serenità e la fiducia in quello che sta accadendo e che arriverà.
Le parole di Ascenzi sono da manuale. Un concentrato di umiltà e di fermezza: “Ho accolto con grande favore questa iniziativa di montare la Macchina con qualche mese di anticipo rispetto ai classici quindici giorni. In passato i cantieri duravano tre-quattro mesi in realtà, perché tutto era più complesso. Grazie a questo anticipare facciamo conoscere la nostra festa a molte più persone, nell’anno del Giubileo.
La Macchina è solo il tre settembre, qua vediamo una scultura. Un pezzo di polistirolo con tutte le parti strutturali che lo sostengono ma non è la Macchina di Santa Rosa. La nostra tradizione è l’unione tra questa struttura, i facchini e la città. La Macchina senza facchini rende meno, è il motore umano che fa la festa come la fanno le persone. La Macchina è qua ma questo non svela il tre settembre, non fa perdere quella magia”.
Qualche minuto per dire ai viterbesi – sapendo che le sue parole pesano in tema di Macchina di Santa Rosa e sono autorevoli – delle cose semplici. Uno: prima i cantieri iniziavano anche tre-quattro mesi prima del Trasporto, è solo che ce lo siamo dimenticato. Due: guardate che con questo anticipo abbiamo la possibilità di fare conoscere la nostra festa a più persone. Poi c’è il punto tre, il più bello: guardate che non dovete avere paura di perdere la magia del tre. Quella magia non la perderete mai perché è possibile solo in quel momento lì. Il tre non è la Macchina, che è in realtà un pezzo di polistirolo, ma l’alchimia tra Macchina, Facchini e città (la gente).
Ascenzi in realtà non inventa nulla. Semplicemente ribadisce i contenuti del dossier di candidatura Unesco della tradizione del Trasporto. Lui conosce bene questo mondo, ne fa parte, ne ha scritto la storia. Ma soprattutto ha riflettuto molto su tutti i concetti che bisogna richiamare. Cosa che magari non fa chi scrive con superficialità e scarsa consapevolezza delle cose. Come spesso accade agli scrittori da social.
Ci hanno fatto riflettere molto le parole di Ascenzi, nella loro semplicità e potenza. Ci è venuto in mente un caro amico giornalista che purtroppo oggi non c’è più e che qualcosa ci ha insegnato negli anni in cui siamo cresciuti insieme ascoltando la mitraglia della sua tastiera echeggiare nelle stanze della redazione: “Ci sono due tipi di giornalisti: quelli che vanno alle conferenze stampa e quelli che le capiscono”. Abbiamo sentito il bisogno di scrivere questo editoriale sulle parole di Ascenzi perché oggi non c’eravamo alla conferenza stampa ma abbiamo la presunzione di averla capita.


















