La banalità del male, basterebbe ricordare questo
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La scelta, solo la scelta fa la differenza su come vanno le cose. Gli ebrei, cosa sono stati gli ebrei nei primi decenni del Novecento? Gli identificabili, gli indifesi, quelli comodi con cui prendersela, quelli a cui era possibile prendere qualcosa. Qualcosa da portare a sé o dai propri figli. 

Il male è banale. Si nutre dell’uomo, dei suoi pensieri più basilari. Il male è sempre presente, dentro ognuno e in ogni istante della storia. 

La scelta, solo la scelta fa la differenza su come vanno le cose. Gli ebrei, cosa sono stati gli ebrei nei primi decenni del Novecento? Gli identificabili, gli indifesi, quelli comodi con cui prendersela, quelli a cui era possibile prendere qualcosa. Qualcosa da portare a sé o dai propri figli. 

E’ bastato nutrire un’ideologia con un nemico oggettivo: l’ebreo appunto; per scrivere una delle pagine più tristi della storia recente. E la storia è complicata perché l’antisemitismo era apparecchiato sul tavolo nell’Europa di quegli anni. Combustibile buono per fare ardere gli animi, per trovare spiegazione alle iatture.

Le ideologie sono lo strumento nelle mani delle classi dominanti. Oggi ci sentiamo di parafrasare Marx così. E’ bastato che una classe dominante si ergesse sulle fragilità di un’Europa polveriera nel terreno di una Germania sconfitta per generare un mostro della ragione: la Shoah. I nazisti, almeno i capi o in estrema sintesi il capo, erano in realtà animati da un solo desiderio: regnare su tutto e tutti. Essere divinità. Buone e cattive, come le divinità sanno essere. Costruirono il piffero per incantare: l’ideologia nazista. Trovarono il nemico a cui tutti furono chiamati a guardare. Un nemico numericamente piccolo, diluito, difficilmente capace di organizzarsi e reagire. 

Mettere nel mirino il nemico, questo fa l’ideologia. Ancora oggi, se ci fate bene caso. Quel diverso a cui è possibile fare tutto. Anche augurare la morte e il bruciare. Bruciare come nei forni crematori dei campi di sterminio che vennero seminati nella grigia Europa dell’Est. All’ebreo potevi fare tutto. Potevi togliere e prendere. Togliere il posto all’Università e liberarlo per te o per i tuoi, il posto all’ospedale e appropriartene. Buttarlo fuori di casa e prenderla te quell’abitazione, quei mobili. Spillargli quell’orologio d’oro del nonno in cambio del chiudere un occhio sull’esigenza igienica della sua deportazione. Perché è vero che l’ideologia domina ma mai quanto il vantaggio personale. Se quest’ultimo lo si conquista anche tradendo l’ideologia allora l’occhio si chiude, ci si reinventa meno ortodossi. Fosse anche solo per il tempo utile a monetizzare. 

Lì, in mezzo al petto dell’Europa negli anni Quaranta del Novecento, successe qualcosa di forte ma non unico. Oggi il ricordo. Troppo spesso fine a se stesso, generalmente sterile. Non spiegato. Storicizzato. Avere memoria significa avere piena comprensione di un qualcosa che è stato. Più che ricordare servirebbe capire, occorrerebbe riflettere. 

I treni, il filo spinato, i pigiama a righe e tutto il resto potrebbero essere qui tra noi, ancora oggi. Sotto altre forme, con significanti diversi ma con lo stesso significato. 

 

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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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