

IL DOMENICALE – Aveva poco più di diciotto anni quando morì, eppure dopo quasi otto secoli Viterbo continua a pronunciare il suo nome. Ma cosa direbbe Santa Rosa se potesse attraversare oggi le strade della città che ogni settembre la celebra? Forse chiederebbe meno retorica e più coraggio, meno devozione esibita e più attenzione agli ultimi.
Rosa, Viterbo continua a festeggiarti ogni anno. Ti sorprende?
“Mi sorprenderebbe di più essere ricordata soltanto per una festa. Sono felice che una città conservi memoria di una ragazza vissuta tanti secoli fa, ma la memoria ha senso soltanto se produce qualcosa nel presente. Altrimenti diventa abitudine”.
Però la Macchina di Santa Rosa è uno dei simboli più forti di Viterbo.
“È bellissima, soprattutto perché viene portata dagli uomini. Non è soltanto una struttura che sale verso il cielo, è una comunità che decide di caricarsi insieme un peso enorme. Questa è forse la cosa più importante. Il problema nasce se si porta Santa Rosa per una sera e il giorno dopo non si vuole portare il peso di nessuno”.
Cosa intendi?
“Che una città non può commuoversi davanti alla Macchina e poi voltarsi dall’altra parte davanti a chi è povero, solo, anziano, senza casa o senza lavoro. La fede non è una decorazione: se volete davvero ricordarmi, guardate chi resta indietro”.
Tu eri giovanissima. Oggi molti ragazzi sembrano lontani dalla religione.
“Forse bisognerebbe domandarsi anche perché. I giovani non hanno bisogno soltanto che qualcuno dica loro cosa devono credere: hanno bisogno di incontrare persone credibili. Io non avevo una posizione importante, non avevo denaro, non avevo incarichi, ero una ragazza, ma credevo che ciò che pensavo dovesse avere conseguenze nella mia vita. Forse i giovani non sono diventati indifferenti ai valori, sono diventati molto sensibili alla distanza fra ciò che gli adulti proclamano e ciò che fanno”.
Se entrassi oggi in una chiesa viterbese, cosa diresti ai sacerdoti?
“Di non avere paura delle domande. Una Chiesa che pretende soltanto obbedienza rischia di perdere proprio le persone che cercano con maggiore sincerità. La fede non deve proteggersi dal mondo, deve attraversarlo. E direi anche di lasciare molto più spazio ai laici e alle donne. Se una ragazza del Duecento poteva parlare pubblicamente della propria fede, forse nel 2026 non dovrebbe essere così difficile ascoltare davvero la voce delle donne nella Chiesa”.
Ti consideravano una ragazza scomoda.
“Probabilmente lo ero. La fede autentica qualche volta disturba, soprattutto quando incontra il potere. È facile invocare Dio quando conferma quello che già pensiamo, è molto più difficile ascoltarlo quando ci chiede di cambiare”.
Oggi politica e religione tornano spesso a mescolarsi. Ti preoccupa?
“Mi preoccuperebbe vedere la fede trasformata in una bandiera. Il Vangelo non appartiene a un partito. Quando qualcuno usa Dio per dividere gli uomini tra quelli che meritano di stare dentro e quelli che devono rimanere fuori, bisognerebbe diventare molto prudenti. Cristo non chiedeva il documento prima di incontrare una persona”.
Viterbo oggi è molto diversa dalla città che conoscevi. Come la vedresti?
“Vedrei una città bellissima che qualche volta sembra non sapere quanto è bella. Avete mura, palazzi, fontane, chiese, quartieri medievali che altre città vi invidierebbero, ma una città non vive soltanto delle pietre. Mi chiederei quanti giovani pensano di poter costruire qui il proprio futuro, mi chiederei perché tante case del centro siano vuote, mi chiederei quanto sia facile per un anziano muoversi, quanto sia semplice per una famiglia trovare servizi, quanto spazio abbiano i bambini. La bellezza senza vita rischia di diventare scenografia”.
Cosa penseresti della grande festa del 3 settembre?
“Che è una cosa straordinaria. Migliaia di persone che aspettano insieme, il buio, le vie illuminate, i Facchini, il silenzio prima del trasporto, poi quella torre di luce che attraversa Viterbo. Ma proprio perché è così grande, dovrebbe lasciare qualcosa anche il 4 settembre”.
Cosa?
“Un’idea di comunità. Per una sera migliaia di persone accettano di stare insieme, aspettare, aiutarsi, condividere lo stesso spazio. La domanda è perché quella città debba esistere soltanto per poche ore”.
E ai Facchini cosa diresti?
“Grazie. Poi chiederei loro di continuare a essere facchini sempre anche quando hanno tolto la divisa, non nel senso materiale. Essere facchino significa sapere che qualche volta bisogna caricarsi sulle spalle qualcosa che appartiene agli altri. Una comunità funziona così. Ma vedo che già lo fanno”.
Quale sarebbe oggi la tua battaglia?
“Probabilmente non una sola. Difenderei chi non ha voce. Mi occuperei dei ragazzi che abbandonano la scuola, degli anziani soli, delle famiglie che non arrivano alla fine del mese, degli immigrati guardati soltanto come un problema e parlerei molto della pace. Perché l’uomo continua ad avere una straordinaria capacità di costruire strumenti sempre più sofisticati per uccidere altri uomini”.
La tua statua domina la città durante il Trasporto. Ti piace stare così in alto?
“Preferirei stare in basso. Tra la gente”.
Ultima domanda. Cosa diresti ai viterbesi la sera del 3 settembre, prima che la Macchina cominci il suo cammino?
“Direi di guardarla, di emozionarsi, di essere orgogliosi. Poi però chiederei una cosa: non limitatevi a portare Santa Rosa. Provate a portare gli uni il peso degli altri. Perché una città diventa davvero una comunità non quando riesce a sollevare una macchina alta trenta metri per una notte, ma quando riesce a non lasciare nessuno a terra durante tutto il resto dell’anno”.


















