

IL DOMENICALE – Secondo la leggenda avrebbe fondato Viterbo e lasciato il leone come simbolo della città. Lo abbiamo incontrato, naturalmente per finta, per chiedergli che cosa pensa della Viterbo di oggi.
Ercole, ha davvero fondato Viterbo?
“Diciamo che è una bella storia. Dopo dodici fatiche, almeno una città potevano attribuirmela”.
La tradizione racconta che arrivò qui dopo aver sconfitto Gerione e trovò un territorio devastato.
“Così dicono. Avrei costruito un nuovo insediamento e lasciato il leone come insegna. Non posso confermare tutto, sono un eroe mitologico, non un notaio”.
Perché proprio Viterbo?
“Guardatevi intorno: acqua, boschi, colline, pietra, una posizione straordinaria. Se anche non fossi passato, qualcuno avrebbe avuto buoni motivi per inventarlo”.
Gli storici, infatti, dicono che non ci sono prove.
“E fanno bene. Loro cercano i fatti, io appartengo ai miti. L’importante è non confondere le cose”.
Perché allora i viterbesi scelsero proprio Ercole come fondatore?
“Modestamente ero una buona scelta. Combattevo mostri, attraversavo territori, cercavo di rimettere ordine dove trovavo il caos. Una città sceglie i propri miti anche per raccontare come vorrebbe essere”.
Se tornasse oggi a Viterbo, cosa riconoscerebbe?
“La pietra, le mura, alcuni scorci. La viabilità un po’ meno. Dopo l’Idra di Lerna pensavo di aver affrontato tutto, poi ho provato a entrare in città in certe ore”.
E il centro storico?
“Bellissimo, ma una città antica non può diventare soltanto una fotografia. Se dentro le case diminuiscono gli abitanti, i negozi chiudono e le piazze servono soltanto ai visitatori, avete conservato le pietre ma rischiate di perdere la città”.
Viterbo parla molto di turismo. Possedete un patrimonio che molte città vorrebbero avere…
“Ma il patrimonio da solo non crea turismo. Bisogna trasformarlo in servizi, permanenze, economia, cultura, occasioni per tornare. Un turista che arriva, fotografa e riparte dopo due ore non lascia neanche le fotografie”.
E le terme? Mi sorprende che una città con una ricchezza simile continui ancora a definirle soprattutto una “potenzialità”.
“È una parola che non le piace? Dipende da quanto dura. Una potenzialità è qualcosa che deve diventare realtà. Se la ripetete per trent’anni, rischia di diventare un modo elegante per descrivere ciò che non siete riusciti a fare”.
Lo stesso potrebbe valere per il centro storico, il turismo, l’università?
“Lo avete detto voi”.
Qual è allora il problema di Viterbo?
“Da quello che vedo, non la mancanza di risorse. Avete storia, terme, università, paesaggio, Francigena, agricoltura, cultura e una dimensione ancora vivibile. Il problema è riuscire a mettere insieme queste cose e decidere quale città volete diventare”.
Lei risolveva i problemi in maniera piuttosto diretta.
“Se avessi incontrato un mostro, avrei combattuto il mostro. Non istituivo una commissione per studiare la percezione del mostro nel territorio”.
Sta facendo politica.
“No. Sto parlando di responsabilità. La politica serve proprio a scegliere, stabilire priorità e assumersi il rischio delle decisioni. Quando tutti discutono e nessuno decide, anche un problema piccolo può diventare una fatica di Ercole”.
C’è qualcosa che la sorprende particolarmente della Viterbo contemporanea?
“Sì. Avete una quantità enorme di identità e continuate qualche volta a cercarla”.
In che senso?
“Etruschi, Medioevo, Papi, Conclave, Santa Rosa, terme, Francigena, paesaggio, prodotti della terra. Non dovete inventarvi un’altra Viterbo, dovete far funzionare quella che avete”.
Se oggi dovesse affrontare una tredicesima fatica, quale sceglierebbe?
“Trasformare tutte le potenzialità di Viterbo in realtà”.
Ce la farebbe?
Ercole rimane qualche secondo in silenzio, guarda il Palazzo dei Priori e si sistema la pelle del leone sulle spalle. “Non esageriamo”, risponde. “Le prime dodici erano più semplici”.


















