Incendio ad Agraria, quando il profitto cancella l’uomo
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Il rogo di Agraria racconta molto più di un incendio: racconta un modello dove sicurezza, dignità e vite umane diventano dettagli sacrificabili.

VITERBO – L’immagine che emerge dall’inchiesta sull’incendio alla facoltà di Agraria dell’Università della Tuscia non è soltanto quella di un cantiere fuori controllo. È il ritratto di un sistema dove il lavoro perde valore umano e l’operaio diventa un pezzo sostituibile, sacrificabile, quasi invisibile. Operai irregolari. Senza formazione specifica. Senza estintori sul posto. Su un tetto pieno di materiale infiammabile. Con bombole e cannelli utilizzati mentre, nero su bianco, nel piano operativo si dichiarava addirittura che “l’attività non presenta rischi significativi di incendio”.

È qui che il fatto di cronaca smette di essere solo cronaca. Perché quando si arriva a considerare “non significativo” il rischio di incendio in un lavoro che utilizza fiamme vive sopra guaine bituminose, significa che qualcosa si è rotto molto prima del rogo. Si è rotto il rapporto tra lavoro e dignità. Tra impresa e responsabilità. Tra profitto e limite morale. L’inchiesta parla di omissioni, controlli mancati, coordinamenti carenti, sicurezza lasciata alle parole verbali invece che ad atti concreti. Ma soprattutto parla di persone mandate a lavorare senza tutele adeguate. Uomini ridotti a strumenti. Corpi funzionali alla velocità dei lavori. Mani da usare finché servono. È questa la parte più dura.

Perché dietro le formule burocratiche — “violazioni delle norme”, “omessa vigilanza”, “mancata prevenzione” — ci sono esseri umani esposti al rischio in nome dell’efficienza, del risparmio, della fretta. E c’è un’idea tossica che attraversa troppo spesso il mondo del lavoro contemporaneo: la sicurezza come costo inutile, come ostacolo, come rallentamento della produzione. Poi arrivano gli incendi. I crolli. I morti nei cantieri. Le tragedie che per qualche giorno indignano il paese e subito dopo vengono archiviate dentro la normalità. Ma la normalità non può essere questa.

Non può essere normale che un responsabile alle emergenze non sia più dipendente della ditta da mesi. Non può essere normale lavorare senza mezzi estinguenti. Non può essere normale che operai irregolari salgano su un tetto a maneggiare fiamme senza preparazione adeguata. Non può essere normale che il profitto riesca sempre a trovare una giustificazione mentre la sicurezza viene continuamente rinviata. Il rogo di Agraria ha distrutto laboratori, strutture, ricerca, patrimonio pubblico. Ma soprattutto ha illuminato qualcosa che spesso resta nascosto: la fragilità di un sistema del lavoro dove, troppo frequentemente, chi produce ricchezza è trattato come materiale consumabile. E questo riguarda tutti. Non solo chi lavora nei cantieri. Riguarda una società che ha progressivamente accettato l’idea che il lavoro possa essere precario, irregolare, sottopagato, insicuro. Una società che pretende velocità, appalti al massimo ribasso, risultati immediati, ma poi si stupisce quando emergono omissioni, superficialità e catene di irresponsabilità.

La Tuscia, come il resto del paese, non ha bisogno soltanto di nuove norme. Le leggi già esistono. Ha bisogno di una cultura diversa del lavoro. Una cultura in cui la sicurezza non sia un allegato burocratico, ma il primo investimento. In cui un operaio non venga considerato un costo da comprimere. In cui la dignità umana venga prima delle scadenze di cantiere. Perché quando un uomo vale meno del profitto, il fuoco è già iniziato molto prima delle fiamme.

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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Un uomo che ha capito che tutto il successo del mondo non vale quanto la possibilità di riposare all'ombra di un castagno che hai piantato con le tue mani.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Angel porta un messaggio divino fra gli uomini, che non lo capiscono; o lo capiscono troppo tardi. Non lo hanno capito neppure a Radio1 Plot Machine…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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