

VITERBO – Ho avuto l’onore di seguire come osservatore le prime riunioni per la costituzione del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa. Ero un giovane ricercatore che stava conducendo studi sulla formazione dei gruppi di partecipazione sociale e non mi parve vero di approfittare della situazione, grazie all’amichevole ospitalità di Nello Celestini. Le prime riunioni avvenivano a Palazzo Doria Pamphilj, e ricordo, oltre a Nello, la presenza del costruttore Giuseppe Zucchi, del ragionier Rosario Scipio, di Italo La Rosa, di Guido Politini e altri ancora.
I contatti continuarono e si arricchirono. Prima con un documentario fotografico assieme a Sergio Galeotti e altri amici, proiettato nella Sala Conferenze della Provincia gremita, intitolato “Quella sera del Tre” (titolo che poi donammo a Lorenzo Celestini per il suo inno). Più tardi, con un’indagine scientifica approfondita sulle motivazioni dei Facchini, corredata da un ricco repertorio fotografico, che poté godere della completa collaborazione e ospitalità di Nello e consentì che si parlasse della Macchina di Santa Rosa e del Sodalizio in tre convegni internazionali: a Bari, a Parma e a Bielefeld. In tempi recentissimi, grazie alla fattiva collaborazione dell’attuale presidente del Sodalizio, Massimo Mecarini, si è svolta un’indagine congiunta di varie università italiane, condotta assieme a Roberto Cipriani, autorità indiscussa nel campo della ricerca folclorica.
Tutti questi studi e queste esperienze dimostrano inequivocabilmente tre cose. La prima è la crescente notorietà nazionale e internazionale del Trasporto. La seconda è il ruolo fondamentale svolto dal Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa su tre direttrici: nell’organizzazione e nella razionalizzazione del Trasporto, che ha garantito nel tempo la sicurezza, l’efficienza e la spettacolarità dell’evento; nel farsi protagonista di punta per il riconoscimento del Trasporto come patrimonio immateriale dell’UNESCO; e infine nel ribadire l’importanza dell’associazionismo di base nella cura e nell’espressività della cultura cittadina.
Il fatto è che passano le Macchine, passano i loro progettisti e costruttori, passano i sindaci, passano i prefetti entusiasti e illuminati e quelli ridicolmente formalisti, cresce l’attenzione di visitatori e turisti, ma ciò che resta fondamentale è il Sodalizio, senza il quale sarebbe oggi impossibile concepire il Trasporto stesso. Lo si capì benissimo quel 3 settembre del 1967, quando l’innovativo Volo d’Angeli si bloccò a via Cavour, e ancor più una decina di anni più tardi, nel 1978, quando si diede mano alla costituzione del Sodalizio.
Oggi si parla sempre più spesso di identità cittadina, un bene sociale e culturale che ogni città vuole arricchire non solo per costruire una solida base di solidarietà sociale e civica, ma anche per creare una narrazione originale ed espressiva da diffondere a fini turistici. Nel XXI secolo il turismo sta diventando per molte città italiane la principale fonte di sviluppo economico e crescita culturale; in questo contesto, la dimensione folclorica assume un valore primario perché assicura la distinguibilità e l’irripetibilità dell’evento all’interno di un sistema che, assumendo valenze economiche e consumistiche globali, rischia continuamente la standardizzazione.
In questa temperie, la Macchina di Santa Rosa può assicurare una specificità identitaria a Viterbo, ma un tale progetto ha bisogno del ruolo dirimente sul piano operativo e delle capacità aggregatrici del Sodalizio. È compito delle istituzioni garantire che ciò avvenga — ad esempio nella pianificazione della sicurezza —, coinvolgendo a pieno titolo il principale protagonista e soggetto esperto del Trasporto. E questo, vale la pena ricordarlo, non sempre è avvenuto e non sempre nel modo corretto. Alcuni recenti episodi lo confermano.

















