

VITERBO – Hanno i colori sgargianti di un tropico lontano, un piumaggio che sembra uscito dalla tavolozza di un pittore impressionista e un verso, quel grido acuto e incessante, che ormai è diventato la colonna sonora di molte nostre mattinate. A guardarli volare agili tra i platani dei parchi viterbesi o nelle campagne della nostra provincia, viene quasi da sorridere. Un tocco di esotico che colora il grigio delle città. Eppure, dietro quella bellezza brillante dei parrocchetti dal collare e dei monaci, si nasconde una verità molto meno poetica e decisamente più inquietante.
Quella che stiamo osservando non è una semplice curiosità ornitologica, ma una vera e propria invasione biologica. Un esercito di piume smeraldo che sta silenziosamente, ma inesorabilmente, prendendo possesso della Tuscia.
Non appartengono a questi cieli, non sono figli della nostra terra, eppure hanno deciso che qui si sta bene. E, purtroppo, lo stanno facendo a nostre spese. Chi vive a stretto contatto con l’agricoltura lo sa bene: il conto presentato da questi “nuovi arrivati” è salato. Interi raccolti di frutta, distese di mandorli e campi di girasoli vengono letteralmente presi d’assalto e devastati in un battito di ciglia. Un danno economico che si somma a quello, forse ancor più grave, che riguarda il delicato equilibrio della nostra biodiversità.
I nostri uccelli autoctoni – le upupe, i picchi, i passeri che da sempre popolano i nostri boschi e le nostre campagne – si ritrovano a fare i conti con un invasore che non ha predatori naturali in grado di arginarne la corsa. Sottraggono cibo, occupano con arroganza i siti di nidificazione, scacciando i vecchi inquilini dalle loro case. È un effetto domino che sta svuotando il nostro ecosistema.
E poi c’è la questione dei parchi urbani, dove i parrocchetti monaci si divertono a costruire quei mastodontici nidi “condominiali” fatti di rami intrecciati. Strutture che pesano decine di chili, veri e propri monoliti vegetali che mettono a dura prova la tenuta dei nostri alberi, già spesso sofferenti, trasformando rami secolari in potenziali trappole pronte a cedere sotto il peso di un’architettura aliena.
La domanda, a questo punto, non è più se il problema esista, ma cosa intendiamo fare per risolverlo. Perché qui non servono il fai-da-te o le soluzioni da bar. È necessario, e lo è con urgenza, che le istituzioni locali e regionali smettano di guardare dall’altra parte. Serve un piano di gestione scientifico, serio, rigoroso. Monitoraggio, catture selettive, contenimento demografico: la strada tracciata dalle direttive europee sulle specie aliene invasive esiste, basta avere il coraggio di percorrerla.
Dobbiamo proteggere il nostro territorio, la nostra agricoltura e la nostra identità naturale prima che l’invasione sia totale e irreversibile. Perché, quando il colore esotico diventa un’emergenza, continuare a far finta di niente è il modo più rapido per perdere, per sempre, il nostro patrimonio.




















