
IL PUNTO DI VISTA – Caro Direttore, come sai sposo sempre le tue idee e le tue proposte, che sembrano avere una dimensione svincolata dall’aurea mediocritas della cultura nostrana.
Ma questa volta, a proposito dell’interesse che potrebbe circolare intorno alla Macchina di S. Rosa, non sono d’accordo con te (leggi qui). Tu dici che Viterbo non può vivere solo sul Trasporto, che non può ospitare più di un certo numero di spettatori forestieri, che è sì spettacolare, ma molto particolare e legato alla cultura locale, ecc. Tu dici tutto questo per promuovere al meglio la più duratura presenza di un eventuale Museo del Macchine. Non c’é dubbio che un Museo del genere allargherebbe il peso comunicativo della Macchina verso il turismo forestiero. Ma, intanto, se deve attrrarre turismo esterno, ha ragione Peppe l’Oca (leggi qui), rispetto ad alcuni progetti prospettati: un museo deve essere a portata di turista, che si muove quasi esclusivamente nel centro storico, non spinto avventurosamente in periferia.
Ma la mia critica è altrove. Se quel che dici sulla inevitabile “provincialità” del Trasporto fosse vero, il Palio di Siena non lo conoscerebbero neppure a Grosseto. Messo nei termini concettuali da te avanzati per il Trasporto, il Palio è una corsa di cavalli in tondo che dura poco più di un minuto, vista da poche persone (perché chi sta al centro della piazza o sta a bordo pista o non vede nulla, e i pochi posti di tribuna o i posti alle finestre costano centinaia di euro). L’esito della “gara” interessa solo i cittadini di Siena, e fra questi soprattutto i contradaioli. Visto così, è ancora peggio del Trasporto come interesse oggettivo. Fatto sta che questa corsa la conosce mezzo mondo, che viene trasmessa in tv in diretta sulla prima rete nazionale e c’é gente che in Australia si informa su chi ha vinto. Come mai? Perché è tutto un fatto di narrazione, o in termini più “terra terra” è un problema di strategie di vendita del prodotto turisto-culturale e folclorico.
Il Palio ha suppergiù la stessa età della Macchina di S. Rosa (risalgono ambedue al ‘500/’600) ma i senesi hanno saputo venderlo molto, molto meglio. Se trovi il narratore/venditore giusto, anche il Trasporto decollerebbe: lo sforzo di cento facchini di notte nei vicoli della Città, trenta metri di campanile illuminato, magari una gara sul record di durata del Trasporto o della Salita, magari una maggiore attenzione e qualità scenica a ciò che accade prima del Trasporto, compresa la processione del 2, magari un ulteriore appuntamento culturale, e termale, in grado di attrarre turisti stanziali, magari qualche maggiore spinta di una Regione che continua ad essere colpevolmente romanocentrica. E magari basta con l’ignoranza nostrana.
Ribadisco la vecchia storiella del contadino viterbese; quello toscano se vede un estraneo al confine del suo campo gli corre incontro a vendergli i prodotti della terra; se lo vede il viterbese gli corre incontro con il forcone. E’ questione di narrazione; è questione di saper vendere frigoriferi in Lapponia. I senesi sanno farlo benissimo.

















