

Per far sì che il Teatro dell’Unione non diventi come le ex Terme Inps basta poco, ma quel poco va fatto anche perché buttando un occhio all’interno, c’è da preoccuparsi. Il problema è stato sollevato la scorsa settimana in Consiglio comunale, in altri termini, dall’assessore Giacomo Barelli che ha auspicato che il Teatro riapra presto e ha chiesto di iniziare a pensare ad un futuro per la struttura “perché – ha detto – non possiamo pensare di riaprirlo con 20mila euro come facciamo con Ferento. Ci dobbiamo interrogare su come finanziarlo”.
Il riferimento è alla stagione estiva del teatro romano di Viterbo per il quale il finanziamento può anche bastare. Tutto un altro discorso è da fare per il Teatro dell’Unione, i cui lavori vanno verso il completamento. Dovranno essere terminati entro e non oltre il marzo 2017, pena la perdita dei fondi regionali.
Gettando lo sguardo all’interno della struttura, ma anche guardandola da fuori, il paragone con le ex Terme Inps non è forzato. La struttura termale (il cui degrado abbiamo raccontato qui) è uno spettro che deve iniziare a girare sulle teste degli amministratori per farli iniziare a pensare a come riaprire il Teatro dell’Unione, come finanziarne le attività per far sì che dopo il termine dei lavori le porte rimangano aperte.
Il timore, forse eccessivo, è comunque fondato perché anche quando chiusero le ex Terme Inps queste erano appena state oggetto di un cospicuo investimento da parte dell’ente previdenziale. Sembra di quasi 2 miliardi di lire, spesi per rinnovare gli arredi dell’intera struttura. Arredi mai usati perché Comune e Regione non si misero d’accordo su come scongiurare lo scempio al quale poi abbiamo assistito.

















