
VITERBO – Il Sodalizio venne fondato su visione di Nello Celestini e altri suoi compagni d’avventura con un senso pratico: custodire la tradizione del Trasporto. Con quella mossa si affermò un qualcosa di molto importante: la dignità, l’autonomia e il ruolo dei Facchini. La figura del Capofacchino nasce in quell’idea, per sottrarre all’arbitrio dei costruttori la notte del tre settembre. Chi scrive questa cosa l’ha imparata a casa di Nello Celestini, nel quartiere Pilastro. Lì dove Nello, su un mobile della sala aveva custodito un modello della Macchina con davanti un uomo solo, il Capofacchino appunto, che a guardare bene solo non è perché davanti a sé, sotto la Macchina, trova i suoi uomini.
Quell’uomo e i suoi però non sono il Trasporto. Questo Nello ci teneva a precisarlo bene. C’è un’altra parte che costituisce una triade perfetta: la popolazione. Capofacchino, Facchini e popolazione sono la notte del tre settembre a Viterbo. Una tradizione che affonda le sue radici in otto secoli di storia, divenuta nel dicembre 2013 Patrimonio Immateriale Unesco. Un titolo internazionale e importante che a Viterbo non è ancora stato affrontato nella sua complessità. In questi dieci anni c’è stata molta superficialità e a Palazzo dei Priori – indaffarati troppo nelle beghe di partito, nelle corse in notturna dal notaio e altro su cui meglio non dilungarsi per decenza – la questione Unesco è rimasta irrisolta. Lo dimostra il fatto che un turista venendo in città non ha la minima idea di trovarsi in un luogo che custodisce un Patrimonio dell’Umanità. Questo la dice lunga sul lavoro che ci sarebbe da fare e l’augurio è che sia il sindaco Chiara Frontini a metterci mano con serietà e consapevolezza.
Il senso di quel titolo è stato invece, da subito, compreso dentro la casa del Sodalizio. Sempre chi scrive ricorda molti confronti con il presidente Massimo Mecarini sul tema e la lucidità di quest’ultimo sulla materia così come l’amarezza per un’incomprensibile apatia da parte del Comune.
Quanto accaduto nell’ultimo tre settembre: le parole di Sandro Rossi al Teatro Unione così come il continuo di quelle nelle attese dei Facchini nella discesa dalla basilica, a piazza delle Erbe, al Suffragio; può essere capito solo partendo dalle premesse appena scritte. Il Sodalizio sta agendo da custode della tradizione del Trasporto, in linea e nel rispetto della stessa ragione della sua nascita ma anche nella tutela del titolo Unesco ottenuto dalla nostra macchina a spalla. Quella candidatura infatti riconosce come valore della manifestazione la partecipazione della popolazione. Se viene meno questa, se si agisce nel suo snaturamento si va a minare il senso di un Patrimonio dell’Umanità. Questo è un punto fondamentale su cui sono chiamate a ragionare seriamente le istituzioni cittadine.
Forse tutti non sanno che un titolo Unesco non è per sempre e che la tutela e la conservazione del bene, materiale o immateriale che sia, è condizione fondamentale per mantenere il riconoscimento. In buona sostanza non possiamo fare come vogliamo e il Trasporto non è più un fatto solo viterbese. Che non ci sia la consapevolezza di questo aspetto è piuttosto imbarazzante e che non si sia ascoltato il Sodalizio, che più volte ha cercato di fare capire l’importanza della presenza delle persone, è assurdo.
L’idea che i Facchini debbano solo pensare a portare la Macchina, che abbiamo sentito circolare molto in queste ore, è aberrante. Se così fosse, se fossero solo dei portatori di peso, allora Palazzo dei Priori farebbe bene a dare un prezzo a questo e pagare ogni anno per il “trasloco” da San Sisto al sagrato della basilica di quell’oggetto piuttosto ingombrante. Magari facendo una bella gara d’appalto per individuare la ditta di traslochi più a buon mercato. La mettiamo così per mettere nel giusto ridicolo i sostenitori della tesi che i facchini debbano solo portare la Macchina.
Ma c’è un’altra tesi ridicola che vorrebbe inquadrare l’azione di Rossi e i suoi come una ricerca di notorietà, una smania di protagonismo. Bisogna avere un’idea di se stessi davvero piccola per accumulare la frustrazione sufficiente a pensare che un Facchino di Santa Rosa possa avere chissà quale notorietà. Di tutti i cavalieri di Rosa il grande pubblico viterbese conosce Rossi e Mecarini e la loro visibilità finisce a Vitorchiano. Capiamo l’esigenza di qualcuno di attaccare sempre chi le cose le costruisce ma farebbero bene a tenere per la cerchia dei propri intimi la miseria umana di cui sono tronfi.
Il Capofacchino ha esercitato il suo ruolo e ha usato l’unica occasione dove gli era possibile mettere in evidenza un problema reale su cui non c’è stato verso di aprire una riflessione vera nelle sedi istituzionali preposte. Lo ha detto chiaramente Rossi nel discorso al Teatro dell’Unione. Tra l’altro ha avuto anche l’intelligenza di mantenere nel campo d’azione su cui il Sodalizio vuole giocare questa partita il sindaco di Viterbo Chiara Frontini. Glielo ha chiesto apertamente sul palco e l’ha definita “nostra capofila”. E’ stato intelligente perché non ha mai attaccato frontalmente il centro del problema e non ha fatto un nome, anche se nella logica del suo discorso è chiaro. Anche questo tiene aperto il campo di un dialogo con tutte le istituzioni cittadine chiamate a decidere sull’ordine e la sicurezza. Gli ha anche riconosciuto un alibi: “Non può capire perché certe cose le possiamo capire noi viterbesi, che le conosciamo da piccoli”.
Si faccia attenzione Rossi non vuole un Trasporto senza regole per la sicurezza. Il suo discorso dice altro. Chiede un ragionamento sensato, che tenga conto della specificità di questa manifestazione. Così come avviene a Nola, a Siena col palio e in tanti altri luoghi d’Italia che sono teatro di eventi particolari. Il Trasporto deve avvenire nel rispetto della legge, questo è ovvio. E la legge permetteva scelte diverse da quelle che sono state fatte. Anche perché garantire la sicurezza significa creare le condizioni necessarie per gestire il pericolo e non annullarlo. Perché l’estremizzazione di un ragionamento restrittivo sarebbe fare un Trasporto a porte chiuse.
Ai Facchini non servono avvocati d’ufficio ma siamo convinti che il senso dell’informazione sia anche indicare la lettura dei fatti più vicina possibile alla realtà e avere una posizione netta e argomentata per liberare il campo da relativismi dove potrebbero annidarsi secondi e terzi fini. In buona sostanza l’azione di protesta del Sodalizio è stata un grande gesto d’amore verso i viterbesi e di protezione e custodia della notte del tre settembre. Non sono possibili nei fatti altre interpretazioni se non drogando la realtà, se non mostrando ignoranza sui temi complessi chiamati in ballo. Infine, qualche parola vogliamo ancora spenderla sul modo con cui si è espresso Rossi. Diverse critiche sono piovute anche su questo. Rossi non ha offeso nessuno, non ha usato parole volgari. Per il ruolo di Capofacchino non si può scegliere un damerino genuflettente e con la vocetta esile perché poi, al di là delle chiacchiere, qualcuno la Macchina deve guidarla.


















