

MONTEROSI – Certe date rimangono sospese nell’aria come foglie secche che non vogliono cadere, aggrappate a un ramo che il tempo ha già spezzato. Era il 9 settembre del 1943. L’Italia intera, smarrita e barcollante dopo il proclama dell’armistizio, sembrava un palazzo di cristallo andato in frantumi. Ma in quel vuoto improvviso, in quel silenzio carico di sbigottimento, c’è chi scelse di non piegare la schiena.
Sabato mattina, nel Sacrario Militare di Monterosi, la terra della Tuscia si è raccolta in un brivido antico per ricordare l’ottantatreesimo anniversario di quel sacrificio. Un manipolo di uomini, guidati da un ragazzo con i galloni di Sottotenente del Genio, Ettore Rosso, decise che la strada per Roma non si poteva aprire. E non si aprì.
La scena ha la forza implacabile delle favole nere. Da Ronciglione avanzava una colonna motocorazzata tedesca, una macchina da guerra inarrestabile che odorava di ferro e di fumo. A Monterosi la via era sbarrata da pochi automezzi e da un coraggio disperato. I Genieri di Ettore Rosso stavano scavando, posizionando mine, lottando contro il ticchettio inesorabile dei minuti. I tedeschi intimarono l’alt, mandarono l’ultimatum: levatevi di mezzo.
Si poteva cedere, in quei giorni in cui tutto crollava. Si poteva pensare che la patria non esistesse più. Invece no. Rifiutarono. Scelsero la via più dura, quella senza ritorno. Azionarono gli ordigni mentre la colonna germanica premeva, facendosi esplodere insieme alla strada. Sette vite spezzate in un lampo di fuoco e polvere: il sottotenente Ettore Rosso, i quattro genieri Pietro Colombo, Gino Obici, Gelindo Trombini, Augusto Zaccanti, e due cavalleggeri, Angelo Gargantini e Paolo Muci. Eroi senza nome per i libri di allora, consegnati per sempre al marmo e al vento.
Sabato, sotto un cielo che sembrava voler ascoltare, le autorità civili e militari — dal sindaco Sandro Giglietti al generale Paolo Gerometta, fino al presidente dell’ANGET, il generale di Brigata Luigi Infussi — si sono strette attorno a quel ricordo. Il generale Infussi ha sfogliato tra le mani una pubblicazione dal titolo solenne, Gli Eroi che Monterosi ha consegnato alla Storia, che racconta non solo la battaglia, ma il viaggio definitivo di quelle salme, accolte nel Sacrario il 20 ottobre del 1974, come a voler trovare finalmente una dimora dopo trent’anni di oblio.
Una corona d’alloro è stata deposta in silenzio, mentre la voce del cappellano militare, don Salvatore Nicotra, levava la Preghiera del Geniere verso le nuvole. Poi il corteo si è spostato nel cuore del paese, davanti alla chiesa di Santa Croce, per la Messa e l’omaggio al Monumento ai Caduti.
Oggi Monterosi non è solo un borgo accovacciato tra i boschi e le colline del viterbese. È un luogo dell’anima. Passeggiando tra le sue strade, se ci si ferma ad ascoltare, sembra quasi di avvertire l’eco sorda di quel mattino di settembre. Un monito che ci interroga sottovoce, ricordandoci che la libertà, a volte, ha il volto di sette ragazzi che dissero di no alla notte.






















