Il senso della Repubblica e quel sorriso di mia nonna
nonna
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Il 2 giugno è un sorriso. Non c'è sorriso e non c'è Repubblica dove vince la mentalità del sopruso, dove c'è l'incoraggiamento a eludere le regole, dove qualcuno lavora per la sopraffazione dell'altro. Grazie nonna perché mi hai insegnato a sorridere. Grazie di quel sorriso, che oggi è anche il mio. Grazie della Repubblica. 

EDITORIALE – Mia nonna sapeva cosa fosse la guerra. Me l’ha raccontata molte volte. Ci era stata dentro per anni, tutti gli anni che durò. E le aveva fatto molta paura quando assunse la forma delle bombe che cadevano vicino al suo casale di campagna, nell’area di Sipicciano, a un tiro di fucile dal Tevere. Bombe sulla ferrovia, precise ma non troppo. Mia nonna votò quel 2 giugno del 1946, che alla fine non è poi così lontano dai giorni di oggi. Aveva 26 anni e 4 mesi. Ne rideva quando mi raccontava. Mi ha insegnato che il 2 giugno è il giorno del sorriso. Di quel sorriso che ti viene fuori così, quello che c’è quando sei libero. La Repubblica è un bene di tutti. Meglio: è il bene di tutti. Quel giorno uscirono di casa, uguali nelle loro diversità.

Delle bombe era rimasta solo una cosa: la voglia di scappare dalle oppressioni che quelle bombe hanno in effetti rotto. Quelle bombe sono il segno che portiamo addosso nella nostra storia di popolo come catarsi dalle colpe di cui ci siamo caricati inseguendo e assecondando l’arroganza. Ecco “arroganza” è una parola da segnare bene sull’agendina che dovremmo portare con noi, in questo viaggio che si chiama vita. A questo schifoso fenomeno umano dovremmo ricordarci sempre di rispondere con il sorriso indossato da mia nonna il 2 giugno 1946. Quel sorriso che ti libera, che spezza tutto. Come le bombe. La Repubblica non è un fatto acquisito. Se così fosse non saremmo circondati da arroganti che intossicano la vita degli altri con i soprusi, la prevaricazione, l’estorsione, la mafia degli atteggiamenti. Non ci troveremmo a fare i conti, nelle nostre quotidianità, con chi punta a forzare tutte le regole per ottenere vantaggi personali e al contempo ledere dignità e opportunità altrui.

Il 2 giugno è un sorriso. Un sorriso di speranza da tenere sempre in tasca, come un vestito buono, e mostrare davanti agli inganni di chi tenta, ogni giorno tra noi, di dire che le regole sono fatte per essere infrante, che bisogna usare il buonsenso (che poi coincide sempre con il vantaggio del narratore), che occorre “legare il somaro dove vuole il padrone”, che bisogna “sapere stare al proprio posto”. Non c’è sorriso e non c’è Repubblica dove vince la mentalità del sopruso, dove c’è l’incoraggiamento a eludere le regole, dove qualcuno lavora per la sopraffazione dell’altro. Grazie nonna perché mi hai insegnato a sorridere. Grazie di quel sorriso, che oggi è anche il mio. Grazie della Repubblica.

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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Le più avanzate soluzioni tecnologiche oggi ci mettono a disposizione pacemaker e persino cuori artificiali, braccia e gambe meccanici che sopperiscono ad un handicap fisico, chip sottocutanei per pagare con il pos e aprire porte e siamo sulla buona strada per restituire la vista ai non vedenti mediante microtelecamere collegate al nervo ottico. Si va verso un uomo sempre più cibernetico? Fino all’estremo: perché per ora l’unico organi insostituibile appare il cervello… dove si formano i nostri pensieri e conserviamo il senso della nostra identità…
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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