

IL CORNER DEL PROFESSORE – Le donne viterbesi fanno in media 1,04 figli. Ogni generazione produce poco più della metà di sé stessa. In un futuro non difficile da immaginare, i “viterbesi” rischiano di diventare una minoranza nella propria città.
Esistono due modi completamente diversi di pensare, agire e giudicare. Il primo è quello personale e privato. Ognuno di noi deve pensare ai propri interessi, alla famiglia, alle necessità quotidiane. Il benessere personale e quello delle persone amate devono essere sempre salvaguardati, anche in modo egoistico, se necessario. Il secondo è quello istituzionale o comunitario. Nel momento in cui si prende una decisione o si sostiene un’idea che ha riflessi sulla collettività, si dovrebbe pensare al bene comune. È difficile da dire e quasi impossibile da fare, ma è indispensabile, perché tutti noi subiamo le conseguenze delle scelte collettive.
L’interesse generale segue logiche completamente diverse da quelle personali. Significa osservare la realtà da “10.000 metri di altezza” e pensare al domani, al dopodomani e, se possibile, ai prossimi dieci o vent’anni. Si dice che lo statista pensi alla prossima generazione, mentre il politico pensa alla prossima elezione. Secondo me, però, la situazione è persino peggiore: troppo spesso i viterbesi ragionano secondo il principio del “non sotto casa mia”, come ricorda spesso il sociologo Francesco Mattioli, e mai nell’ottica di un vero “sistema Viterbo”.
Filosofi, religiosi, leader, intellettuali e personaggi pubblici dovrebbero affrontare i problemi con una prospettiva di lungo periodo, cercando soluzioni che guardino ai prossimi vent’anni. I politici, a esempio, dovrebbero mettere da parte gli interessi personali e cercare soluzioni il più possibile condivise, o almeno provare a guardare molto avanti. Esistono racconti di amministratori che hanno ostacolato opere strategiche per meri interessi personali, mascherando poi tali scelte con motivazioni ambientaliste o altre giustificazioni di comodo. Questo è il vero problema.
Quasi tutti noi ci fermiamo al primo modo di pensare, anche quando ricopriamo cariche pubbliche o politiche. Sembra semplice scriverlo, ma la realtà è complessa. È evidente che un individuo non dovrebbe prendere decisioni che lo riguardano direttamente quando queste coinvolgono un’intera comunità. È troppo facile razionalizzare l’egoismo. Non voglio soffermarmi sulla politica, soprattutto perché presto ci saranno le elezioni a Viterbo. È responsabilità di tutti scegliere le persone più competenti e lungimiranti, non l’amico, il parente o chi urla di più. È anche colpa nostra se non ci piacciono i nostri politici. Vorrei invece soffermarmi su un gruppo ancora più influente della politica stessa: imprenditori, Camera di Commercio, Fondazione Carivit e sistema bancario locale. Pensano davvero al domani?
Probabilmente, se interrogati direttamente, risponderebbero indicando le somme investite sul territorio ogni anno. Tuttavia, spesso si tratta di piccoli contributi distribuiti “a pioggia”, utili più a mantenere equilibri e tranquillizzare le coscienze che a produrre cambiamenti reali. Di fatto si accetta lo status quo, salvo poi lamentarsene continuamente. Credo che questo sia un errore molto serio.
Parlo apertamente e per nome e cognome, sia perché conosco e stimo personalmente queste persone, sia perché credo nella loro buona fede. Parlo di Domenico Merlani, presidente della Camera di Commercio di Viterbo; Giulio Pizzi, direttore della Banca di Viterbo; Andrea Belli, presidente di Unindustria Viterbo; Sergio Saggini, presidente di Ance Viterbo; Luigi Pasqualetti, presidente della Fondazione Carivit. Nella loro vita hanno ottenuto risultati importanti, costruendo aziende, carriere e famiglie. Tutto questo merita rispetto. Ma oggi hanno anche il ruolo, l’esperienza e l’età delle decisioni. Devono pensare al futuro del sistema Viterbo.
Unendo le proprie forze sono probabilmente più influenti di quanto essi stessi immaginino. Eppure, troppo spesso appaiono remissivi, assuefatti, lamentosi e poco incisivi. Se nulla cambierà rapidamente, rischiamo di diventare una città fantasma o una realtà senza identità, incapace di trasmettere valori, appartenenza e prospettive.
Come dovrebbero pensare imprenditori e banche? Guardando avanti e affrontando i problemi veri, non limitandosi a mettere “qualche cerotto” qua e là. Nelle loro riunioni dovrebbero decidere su quali temi intervenire nei prossimi uno, tre o cinque anni. Occorre scegliere una strategia, individuare priorità precise e concentrare risorse ed energie su obiettivi concreti. Ancora meglio: scegliere una persona competente, credibile e moralmente autorevole da dedicare per anni a una missione chiara e specifica. Non tutti sappiamo fare tutto. Serve qualcuno con capacità dimostrate e una visione precisa, possibilmente giovane. Ovviamente sarebbe utile anche smettere di commettere errori evidenti.
Nuovi nati. Viterbo deve restare una comunità viva, accogliente ed economicamente sostenibile. Per questo abbiamo bisogno di nuovi nati. Non si può più pensare che rendere difficile ottenere un mutuo sia una scelta economicamente intelligente. Così si soffoca la naturale aspirazione a costruire una famiglia. Contratti precari e instabilità lavorativa spingono i giovani ad andarsene. Siamo sicuri di voler questo? Presto anche i figli e i nipoti di chi oggi decide potrebbero scegliere di lasciare una città sempre più vuota. Prima di nuove concessioni edilizie, avremmo bisogno di social housing e di recuperare i tanti palazzi disabitati del centro storico. Credo che su questo molti possano essere d’accordo.
Economia e liquidità. Abbiamo bisogno di liquidità e quindi di diventare realmente una città turistica. Servono tre “P”: parcheggi, pipì e pappa. Prima di costruire nuove palazzine servono posti auto, anche a pagamento. Prima di distribuire piccoli contributi per progetti marginali, servono bagni pubblici. Prima di finanziare decine di micro-iniziative senza continuità, servirebbe un grande investimento promozionale. Ad esempio, un grande cartellone a Bagnoregio che reciti: “A 29 chilometri il centro medievale più bello del mondo” accompagnato da un’immagine di San Pellegrino.
Scuola e crescita culturale. Siamo davvero soddisfatti del livello culturale della città? Pensiamo che il degrado urbano nasca dal nulla? Crediamo che il livello medio dei neo-diplomati sia adeguato alle sfide del XXI secolo? Spero che la risposta sia “no”. Affermo con fermezza che, al momento, molti dei soggetti citati sono parte del problema, non della soluzione. Bisogna scegliere qualcuno che faccia della crescita culturale della città la propria missione per i prossimi cinque, dieci o vent’anni, naturalmente con risorse economiche adeguate e linee guida precise. Finanziare iniziative occasionali o folkloristiche non basta. Servono invece: borse di studio; attività scolastiche culturali; programmi di tutoraggio seri; percorsi formativi realistici; collegamenti concreti tra scuola e lavoro.
Non possiamo aspettarci che una scuola antiquata formi da sola i professionisti del futuro. Basterebbe osservare e copiare ciò che funziona altrove: internship estive, tutoraggi, orientamento serio e collaborazione tra imprese e scuole.
Eventi, promozione e capitale culturale. Serve praticamente tutto. Siamo spesso i peggiori promotori di noi stessi e i primi critici della nostra città. Troppo spesso siamo pronti a criticare invece che valorizzare. Bisogna cambiare mentalità. Occorre individuare persone capaci, responsabilizzarle e affidare loro obiettivi chiari. Dobbiamo far crescere la prossima generazione con competenze solide, non con deficit culturali. Affidare continuamente grandi risorse a società esterne non può essere la soluzione strutturale.
E fra cinque anni cosa faremo? Pagheremo ancora di più qualcun altro per presentarci un nuovo logo scollegato dalla storia e dall’identità di Viterbo e della Tuscia? Credo che molti di questi errori siano commessi in buona fede, ma è arrivato il momento di cambiare passo e, soprattutto, direzione. Dobbiamo investire su noi stessi, con idee poche ma chiare, capaci di produrre ricadute culturali, occupazionali e demografiche. Ovviamente queste parole potrebbero creare qualche inimicizia. Ma sento di essere arrivato a una fase della vita in cui almeno posso dire ciò che penso. Questo, in fondo, è il mio canto del cigno.
Conclusione. La vera sfida dei prossimi anni non sarà soltanto economica, ma profondamente culturale e demografica. Una città non muore all’improvviso: si spegne lentamente quando perde giovani, idee, ambizione e fiducia in sé stessa. Viterbo ha ancora tutto ciò che serve per invertire la rotta: storia, bellezza, posizione geografica, qualità della vita e competenze. Quello che manca, forse, è il coraggio di scegliere una direzione chiara e perseguirla con continuità. Alla politica spetta il compito di affrontare finalmente i problemi reali. Ai leader economici e sociali spetta invece il momento della verità: smettere di distribuire piccoli contributi senza visione e iniziare a costruire progetti seri, misurabili e duraturi. Il futuro non arriverà domani: è già cominciato. La domanda, ormai, è semplice: da che parte vogliamo stare? Quella del problema o della soluzione?



















