
IL PUNTO DI VISTA – Caro Direttore, che la Tuscia e il territorio circostante sia attualmente la discarica del Lazio, è noto. Che sia sotto l’occhio attento dello Stato per la dislocazione di depositi radioattivi è altrettanto vero. Ora la “minaccia” proviene dalla proliferazione di impianti eolici e fotovoltaici, per i quali la Tuscia ha dato e sta dando già parecchio.
Tuttavia deve essere chiaro che il futuro è degli impianti eolici, fotovoltaici e idroelettrici, che forniscono energia rinnovabile e non inquinante; sono il futuro della nostra società, se vuole liberarsi sia della involuzione climatica, sia della sudditanza dai paesi produttori di petrolio e di gas. E forse dovremo anche superare il pregiudizio che un’elica gigantesca rovini di per sé il paesaggio originario. Perché il paesaggio non è un assoluto, è una costruzione culturale dell’Uomo, che al presente deriva da una visione cresciuta e consolidatasi soprattutto tra neoclassicismo e romanticismo.
Con un metro paesaggistico assoluto, altrimenti, dovremmo considerare una iattura la Tour Eiffel, la Mole Antonelliana, l’Empire State Building, che interrompono gli equilibri del profilo urbano, oppure il castello o il tempio greco costruito sulla cima di una leggiadra collina, gli acquedotti di epoca romana che superano una verde valle e magari anche i moderni grattacieli del Bosco Verticale di Milano. Senza contare che, almeno gli impianti fotovoltaici che sembrano sottrarre suolo tappezzando di già le campagne del Viterbese, in realtà occupano spazi agricoli abbandonati per altrimenti bassa redditività.
Il mondo cambia. Che ci piaccia o meno; nella storia di ieri e di oggi si susseguono periodi di pace che si rivelano in realtà imposizioni di uno statu quo e periodi di guerra necessari per riprendersi la libertà e la dignità. E in ogni caso la storia ci insegna che non si torna indietro. La stessa “decrescita felice“ invocata da qualcuno è solo misoneismo luddista in salsa moderna, va anche contro la transizione energetica e lo sviluppo sostenibile, obiettivi irrinunciabili che – tenendo conto di gente come Trump e Putin – stanno già diventando così un’impresa quasi sovrumana.
D’altronde, se poi volessimo sottoporre la transizione energetica ai principi del “no in my backyard”, le fonti rinnovabili ce le dovremmo scordare perché, come si dice, “ogni scarrafone è bello ‘a mamma soja”, quindi ogni territorio risulterebbe non sacrificabile agli occhi dei suoi abitanti. Può darsi che tra quarant’anni, con le affidabilissime centrali nucleari a fusione, pale eoliche e specchi fotovoltaici diverranno obsoleti e potranno essere smontati. Ma oggi deve essere chiaro che dobbiamo scegliere urgentemente tra paesaggio e stravolgimento del clima, perché non si può servire Dio e Mammona.
Con tutto ciò, il Progetto Phobos è folle e intollerabile. E condivido le preoccupazioni dei firmatari dell’appello al Presidente Mattarella. Innanzitutto perché è un progetto privato e l’iniziativa privata, lodevole nella sua spinta innovativa, ha comunque l’inevitabile difetto di dover guardare prioritariamente a un ritorno economico di parte piuttosto che agli ideali e ai vantaggi collettivi. Poi perché squilibra fortemente l’uso di suolo e le sue servitù connesse, rispetto ai territori vicini. Infine, perché la Tuscia, fintantoché può continuare a godere di un paesaggio storico e naturalistico di attrazione che le garantisce – o le può garantire, se ben utilizzato– un forte ritorno economico e di sviluppo appresso ai trends dell’industria turistica, deve salvaguardarlo come una risorsa indispensabile.


















