

VITERBO – Cari lettori de La Fune, chiudete per un istante gli occhi. Immaginate di camminare tra le ferite di una città, Viterbo, che porta ancora impresso sulla pelle il trauma sordo di quel 26 maggio 1944. Sembra tutto perduto, una rovina che ci parla di distruzione. Eppure, accade il miracolo. Accade ciò che la storia, nella sua magnanima lentezza, ci riserva quando meno ce lo aspettiamo: una riscoperta che non è solo restauro, è un dialogo ritrovato con il Rinascimento più puro.
Parlo dell’ex chiesa di Santa Maria delle Fortezze. Un nome che evoca la bastia dell’imperatore Enrico IV, un luogo di pietre e di mura che, miracolosamente, custodisce un segreto di celestiale bellezza: la Cappella Mariana.
Guardatela bene, ora che le mani sapienti di Mariangela Santella, Cristiana Luberto e Riccardo Vettraino, sotto l’egida lungimirante della Soprintendenza, hanno scrostato via il tempo e l’oblio. Cosa vediamo? Non semplici intonaci, ma un manifesto culturale. Un’opera che ci racconta di un Vescovo, Ottaviano Riario, che nel 1514 non voleva solo costruire una chiesa, voleva dialogare con la grandezza.
E che dialogo! È un Rinascimento “da esportazione”, un’eco che parte da Roma e vibra fino a qui. Vediamo l’Annunciazione, ma non una qualunque: è un’Annunciazione che gioca a rincorrersi tra Perugino e Michelangelo. C’è quella citazione sublime del Padreterno che richiama la volta della Sistina, c’è l’Assunta che sembra uscita dal pennello del Perugino in Vaticano, e ci sono gli Apostoli, quegli sguardi attoniti che Melozzo da Forlì aveva reso eterni.
È una citazione colta, un gioco di specchi tra il potere dei della Rovere e la gloria divina. Ma c’è di più, ed è la parte che mi emoziona di più: l’identità. Quel nome che risorge dalle nebbie del dimenticatoio: Valentino Pica il Giovane. Un artista che, con la perizia di chi ha respirato l’aria delle grandi botteghe romane, torna in patria e trasforma la provincia in un centro pulsante di cultura europea.
La scoperta degli stemmi Colonna, sovrapposti in un secondo tempo, è la prova regina: quel luogo nasceva puro, voluto dalla fede di un Vescovo e dall’estro di un maestro locale che non aveva nulla da invidiare ai grandi maestri. Ci dice che la nostra Storia dell’Arte non è fatta solo di “grandi geni” isolati, ma di un tessuto connettivo prezioso, di botteghe, di committenze, di vita quotidiana che si faceva capolavoro.
Ora, grazie ai fondi del PNRR e alla direzione di Saverio Ricci, quella ferita del 1944 si chiude un po’ di più. Non è solo manutenzione di muri, è il recupero della nostra dignità estetica.
Viterbo, cara città, sappi guardare. Sappi che sotto le tue pietre batte ancora il cuore di un mondo che sapeva sognare il cielo. Perché, in fondo, che cos’è il restauro se non un atto d’amore supremo? È il gesto con cui decidiamo che il passato non è un peso morto, ma una bussola. Un orizzonte che, ancora una volta, ci indica la strada della bellezza.

















