

Una premessa doverosa: il dibattito tra il sottoscritto, Della Rocca e il prof. Mattioli credo rappresenti con chiarezza il fondamento della cultura liberale de La Fune. C’è un punto, nel ragionamento proposto dal professore, nel suo ultimo intervento del 9 maggio su queste pagine, che merita di essere accolto senza esitazioni: senza competenza, senza sapere tecnico, senza capacità di tradurre in pratica le intuizioni, i sogni restano sospesi. Nessuno lo nega.
E nessuno, tantomeno chi ha richiamato il valore delle intuizioni culturali e sociali, ha mai immaginato uno sviluppo che possa fare a meno della scienza o della tecnica. Ma è proprio qui che si apre una divergenza non marginale. La cosiddetta “logica del coltello” – l’idea che la tecnica sia il mezzo attraverso cui l’uomo realizza i propri sogni – rischia di apparire più neutra di quanto non sia. Perché un coltello non è mai solo uno strumento: è sempre inserito dentro una scelta, dentro una direzione, dentro una responsabilità.
Non basta sapere usarlo. Occorre decidere per cosa usarlo. E questa decisione non nasce dalla competenza tecnica, ma da una visione culturale, etica, sociale. È qui che il primato delle intuizioni non è una fuga nell’utopia, ma una condizione necessaria per evitare che la competenza diventi esecuzione cieca. L’esempio di Adriano Olivetti, richiamato a sostegno della centralità della competenza, in realtà
racconta qualcosa di più complesso. Olivetti non è stato grande perché si è circondato di tecnici competenti – cosa certamente vera – ma perché ha saputo orientare quelle competenze dentro una visione radicale di comunità, di lavoro, di dignità della persona. Prima ancora del “come”, ha definito il “perché”, senza quel “perché”, anche le migliori competenze sarebbero rimaste strumenti senza direzione.
Il rischio, altrimenti, è sottile ma reale: scambiare la competenza per fondamento, quando invece è un mezzo. Un mezzo indispensabile, certo. Ma pur sempre un mezzo. Si dice: le intuizioni, senza competenza, restano utopie. Vero. Ma è altrettanto vero il contrario: la competenza, senza intuizione, rischia di produrre sistemi perfetti… per obiettivi sbagliati. La storia contemporanea è piena di esempi in cui l’altissimo livello tecnico non ha impedito – anzi, talvolta ha facilitato – derive disumanizzanti.
La vera questione, allora, non è stabilire se servano più le intuizioni o più le competenze. È comprendere quale sia il loro ordine. Le intuizioni culturali, sociali e umane non sono un punto di partenza debole da rafforzare con la tecnica. Sono il luogo in cui si decide la direzione dello sviluppo. La competenza interviene dopo, per rendere quella direzione praticabile, concreta, verificabile. Senza questa gerarchia, il rischio è che l’“Uomo-Prometeo”, evocato nel testo del professore, diventi un uomo potentissimo nei mezzi, ma incerto nei fini. Capace di fare quasi tutto, ma sempre meno capace di capire perché farlo.
Forse, proprio oggi più che in passato, il problema non è la mancanza di competenze. È la carenza di visioni condivise, di orizzonti culturali, di idee di bene comune capaci di orientarle. Per questo, più che contrapporre intuizione e competenza, occorre restituire alle intuizioni il loro ruolo: non quello di alternative suggestive alla tecnica, ma quello di fondamento che impedisce alla tecnica di diventare fine a sé stessa. Perché non basta saper usare il coltello. Bisogna sapere perché lo si tiene in mano. Sono certo che il professore sarà d’accordo, anche nel chiudere un dibattito che ha espresso liberamente le idee reciproche.

















