

VITERBO – Ci sono sguardi che il tempo non è riuscito a spegnere e mani che i secoli non hanno consumato. Per chi crede, Viterbo non è soltanto una città di pietra e di storia, ma una fortezza dello spirito dove la morte ha dovuto cedere il passo alla grazia. Basta varcare le soglie dei suoi santuari e delle sue chiese per compiere un viaggio vertiginoso tra i corpi santi e le spoglie dei pontefici che la custodiscono e che, per chi ha fede, continuano a vegliare su di essa.
C’è l’urna di Santa Rosa, la giovane patrona dal corpo incorrotto che dal suo santuario sembra ancora guidare il cuore pulsante dei viterbesi, accompagnata dal suo Cuore racchiuso nello splendore dell’argento dorato. C’è il corpo incorrotto di Santa Giacinta Marescotti, che nella chiesa di San Bernardino offre il silenzio austero e magnetico della sua clausura terrena fattasi eterna. E come non ricordare San Crispino da Viterbo, il frate cappuccino la cui memoria e le cui spoglie riposano nella chiesa di Santa Maria della Verità, punto di riferimento eterno della semplicità e della carità francescana. A questo straordinario pantheon di santità si unisce il sangue e la memoria dei santi protettori storici della diocesi, come San Valentino e Sant’Ilario, custoditi nella severa maestosità della Cattedrale di San Lorenzo.
Ma Viterbo è stata soprattutto la gloriosa e tormentata città dei Papi, e il suo suolo custodisce le spoglie di pontefici che in questo angolo della Tuscia scrissero pagine fondamentali della storia della Chiesa. Nella Cattedrale di San Lorenzo riposa Giovanni XXI (Pietro Hispano), il medico di Lisbona salito al soglio pontificio e tragicamente ucciso dal crollo del soffitto nel palazzo papale. E spostandosi nella magnifica Basilica di San Francesco alla Rocca, si incontrano i sepolcri monumentali di altri due pontefici: Adriano V (Ottobrono Fieschi), il cui avello è uno straordinario capolavoro d’arte gotica attribuito ad Arnolfo di Cambio con preziose decorazioni cosmatesche, e Clemente IV, la cui salma trovò qui definitiva dimora dopo vicende storiche rocambolesche. Presenze fisiche, tangibili, che per i credenti rappresentano un ponte vivente tra la terra e il cielo.
Nel Medioevo, del resto, le reliquie e le spoglie dei grandi personaggi non erano semplici oggetti di culto: erano il vero e proprio baricentro politico, spirituale ed economico di una comunità. Avere un santo o un papa in casa significava possedere un baluardo contro le avversità, un magnete potentissimo capace di attrarre pellegrini da mezza Europa, viandanti in cammino lungo la Via Francigena che cercavano qui una sosta, un miracolo o semplicemente la grazia di un contatto con l’assoluto. Erano il passaporto per l’eternità, il collante di una società che vedeva nel sacro l’unica risposta definitiva alle angosce del mondo.
Ma la geografia sacra di Viterbo non vive solo dei grandi corpi che sfidano i secoli. Scendendo nei dettagli, dietro le porte chiuse dei monasteri di clausura, negli archivi della Curia Vescovile e nei depositi delle chiese storiche, si svela un universo sommerso: quello delle reliquie minori. Frammenti ossei, tessuti ex habitu, minuscole schegge di santità racchiuse in teche barocche, ostensori cesellati e reliquiari in ottone e velluto rosso.
Sono custodite gelosamente dalle Clarisse, dalle Carmelitane, nelle sacrestie delle parrocchie del centro storico e tra le carte del Centro di Documentazione Diocesano. Tesori silenziosi, spesso sottratti agli occhi del turismo distratto, che compongono una mappatura invisibile ma potentissima. A Viterbo il passato non è mai morto: respira ancora, protetto dal buio discreto di una teca e dal battito eterno della sua fede.

















