

SPECIALE – C’era una volta, e c’è ancora, un pezzo di terra d’Italia che sta tra il Tevere e il mare, dove il tufo è grosso, la gente parla schietto e il vino, se non stai attento, ti taglia le gambe. È la Tuscia viterbese. Una terra antica, abituata ai Papi, ai briganti e ai contadini che tirano d’aratro la pietra vulcanica.
Ora, in questo mondo fatto di cose solide e di tradizioni vecchie come il mondo stesso, un bel giorno arrivò un forestiero. Ma non un forestiero qualunque: un pittore. Uno di quelli che venivano dal Nord, per l’esattezza da Castelmassa, in Veneto, dov’era nato nel 1930. Si chiamava Enrico Castellani. E per capire che tipo fosse, bisogna immaginare un uomo che, invece di dipingere i mazzi di fiori, le madonnine o i tramonti sul lago che piacciono tanto alle anime pie, aveva deciso che la pittura doveva essere un’altra cosa. Una cosa pulita, geometrica, assoluta.
Castellani prendeva una tela, di solito bianca come il lenzuolo del corredo buono, ci metteva sotto dei chiodi disposti con la precisione di un capomastro, e poi tendeva la tela. Risultato? Una superficie che andava in su e in giù, un gioco di rilievi e di avallamenti, di luci e di ombre. Le chiamavano “estroflessioni”. Roba da far grattare la testa ai vecchi del paese, che davanti a quei quadri dicevano: “Sarà anche arte, ma qui mancano i colori!”. Eppure, in quel rigore c’era una forza poetica che tutto il mondo, da New York a Parigi, cominciò a invidiare.
Ma il bello della storia arriva negli anni Settanta. Castellani, che a Milano era diventato un re dell’avanguardia insieme al suo amico Piero Manzoni, sentì il bisogno di trovare un posto dove il silenzio avesse ancora un valore. E lo trovò a Celleno, per l’esattezza nel Borgo Fantasma.
Immaginatevi la scena: da una parte un paese abbandonato, una rocca medievale che si sbriciola sotto i colpi del tempo e dei terremoti; dall’altra il pittore della modernità assoluta. Castellani comprò il Castello Orsini e vi si stabilì. Lì dentro ci ha vissuto e ha piantato il suo studio per oltre quarant’anni, fino a quando, nel 2017, il buon Dio lo ha chiamato a dipingere le nuvole.
Cosa sia successo in quei quarant’anni tra le mura di Celleno è un mistero d’amore tra l’artista e la Tuscia. Uno direbbe: un uomo che fa quadri così moderni non ha niente a che spartire con i calanchi e le pietre etrusche. E invece no. La Tuscia ha dato a Castellani la cosa più preziosa che un artista possa desiderare: il tempo sospeso. Il silenzio di Celleno, quel vuoto metafisico del borgo abbandonato, si è specchiato perfettamente nei vuoti e nei pieni delle sue tele bianche. La luce cruda del viterbese, che picchia sui tetti e crea ombre nette, era la stessa luce che Castellani cercava di catturare con i suoi chiodi e le sue tele tese. La Tuscia non lo ha cambiato, lo ha radicato.
Ora, se un cristiano volesse mettersi in viaggio per vedere cosa ha lasciato questo strano matrimonio tra il veneto del Nord e il tufo del Sud, deve sapere dove andare. Le opere di Castellani sono nei più grandi musei del mondo, ma le tracce del suo spirito sono ancora qui. A Celleno
Mappa per il viandante dell’arte: dove cercare Castellani
Il Castello Orsini e il Borgo di Celleno: è qui che si respira la sua presenza. Anche se il castello è una dimora privata, l’intero borgo fantasma è diventato un museo a cielo aperto che parla di lui. Passeggiare tra quelle rovine significa capire l’origine di quel silenzio che sta dentro i suoi quadri.
La Galleria Nazionale d’Arte Moderna (GNAM) di Roma: se volete vedere le sue grandi tele estroflesse degli anni d’oro, quelle che hanno fatto la storia dell’arte del Novecento, vi basta prendere il treno per la Capitale. Lì troverete i suoi capolavori storici.
La Fondazione Enrico Castellani di Milano: gestita dagli eredi, è il punto di riferimento internazionale per l’autenticazione e lo studio delle sue opere, mantenendo vivo il legame culturale con il territorio che lo ha ospitato per quasi mezzo secolo.
Se vi capita di passare da Celleno, fermatevi un momento davanti al castello. Guardate il tufo vecchio e immaginate, dietro quelle finestre alte, un uomo che con un martello, dei chiodi e una tela bianca parlava con l’infinito. Ci troverete la stessa identica poesia dei nostri vecchi che, con un pezzo di pane e un bicchiere di vino, guardavano la terra e capivano il mondo senza bisogno di tante parole.

















