

SPECIALE – Parliamoci chiaro: la storia della Chiesa delle origini è una faccenda maledettamente complicata, un giallo avvolto nella nebbia dove i documenti latitano e le leggende abbondano. Prendete il dopo-Pietro. C’era da sostituire il Fondatore, l’uomo della roccia, mica un parroco qualunque. E chi ti spunta fuori? Un certo Lino. Il secondo Papa della storia.
Eppure, se andate in giro a chiedere alla gente chi sia stato il secondo Pontefice, nove su dieci vi guarderanno con l’occhio vitreo di chi ha sbagliato quiz. Lino è il grande dimenticato, un Papa nell’ombra. Ma la cosa che a noi italiani – e ai viterbesi in particolare – dovrebbe stuzzicare l’ingegno è un’altra: da dove veniva questo traghettatore della fede?
Mettetevi comodi, perché la pista porta dritta nel cuore della Tuscia, tra le mura di peperino e i misteri etruschi di Viterbo. Per capire il personaggio, dobbiamo spogliare la storia dai ricami millenari e guardare ai fatti nudi e crudi. Lino è stato pontefice dal 67 al 76 d.C. e il suo predecessore, come detto, San Pietro. Il successore Papa Anacleto.
Lino si trovò tra le mani la patata più bollente della cristianità. Pietro era stato crocifisso a testa in giù sotto Nerone, la comunità romana era decimata, spaventata, clandestina. Governare quella barca nel mezzo della tempesta richiedeva una dote rara: il buonsenso. E Lino, a quanto pare, ne aveva da vendere. Fu lui, dicono le cronache del tempo, a imporre alle donne di entrare in chiesa con il capo coperto. Una regola di ordine, di decoro, per non dare nell’occhio in una Roma che considerava i cristiani una setta di sovversivi.
L’enigma delle origini: Lino era di Volterra o di Viterbo? Qui il giallo si infittisce e lo storico deve farsi investigatore. Se aprite il Liber Pontificalis – la massima autorità ufficiale per le biografie papali – leggete testualmente: «Linus, natione Tuscus, ex patre Herculiano». Traduzione: Lino, di nazione toscana (che all’epoca significava terra d’Etruria), figlio di Erculiano.
La vulgata successiva ha interpretato quel “Tuscus” appioppando i natali del Papa a Volterra. Ma i conti non tornano, o almeno non del tutto. C’è una robusta, testarda tradizione locale che sposta la culla di Lino molto più a sud, nel Viterbese.
Anticamente, il territorio di Viterbo era il cuore pulsante dell’Etruria meridionale. Gli storici nostrani, quelli che campano di archivi polverosi e di amore per il campanile, hanno ottimi argomenti per rivendicare la “viterbesità” di Papa Lino.
L’etimologia e la geografia: Quel “natione Tuscus” si adatta perfettamente agli abitanti di Toscanella (l’odierna Tuscania, a due passi da Viterbo). Per secoli, nel Medioevo, dire “Tusco” significava indicare chi veniva da quelle parti, non necessariamente da Firenze o Siena.
Secondo diverse cronache medievali, la famiglia di Lino, guidata dal padre Erculiano, apparteneva all’aristocrazia italica di area viterbese, legata a doppio filo con Roma per via dei commerci e delle carriere militari. Il giovane Lino sarebbe partito da queste campagne per andare a studiare nella Capitale dell’Impero, dove poi incontrò la parola di Pietro.
Il culto di San Lino a Viterbo: tracce di una devozione millenaria
Se fate un giro a Viterbo e provincia, vi accorgerete che Lino non è un ospite illustre di passaggio, ma un pezzo d’identità. Nella Tuscia il suo nome rimbalza nelle antiche dediche delle chiese e nelle tradizioni orali. Certo, non ha il fascino pop di Santa Rosa, la patrona che muove le folle e le macchine monumentali, ma Lino rappresenta l’orgoglio delle origini. È il legame di sangue tra la provincia etrusca e il soglio di Pietro.
Mentre Volterra rivendica la tomba (anche se il corpo, con ogni probabilità, riposa in Vaticano accanto a Pietro), Viterbo rivendica lo spirito, quel carattere solido, un po’ burbero e malinconico, tipico della gente cresciuta tra i calanchi e le foreste di cimino.
Un Papa concreto per tempi difficili
Morì martire, si dice, sotto il consolato di Saturnino e Anolino, anche se i dettagli del martirio sono sfumati come un quadro sbiadito. Ma non è il sangue che ci interessa, è l’opera. Lino fu l’uomo della transizione. Senza di lui, la Chiesa si sarebbe forse dispersa in mille rivoli dopo la morte del Capo. Ha tenuto la barra dritta nell’ora più buia. E a noi piace pensarlo così: con la concretezza pragmatica di un provinciale della Tuscia, uno che non si perdeva in chiacchiere teologiche ma badava al sodo. Se la Chiesa ha superato il primo secolo, il merito è anche di questo pezzo d’Etruria prestato alla storia del mondo.

















