Il miracolo delle ciliegie e del Borgo Fantasma che ha messo le ali
Gargiulo
Gli Stati Generali La Fune
C'è chi corre dietro alle novità e chi guarda il cielo aspettando che piova. Ma quando un pezzo di sasso dimenticato della nostra Tuscia diventa una favola che arriva sino all'altro capo del pianeta, c'è da togliersi il cappello. Perché le pietre, se qualcuno ha la bontà di raccontarle, alla fine trovano sempre il modo di tornare a vivere.

CELLENO – Il buon Dio, quando ha distribuito le bellezze di questa terra benedetta dal sole e dal vento, ci ha messo una cura particolare. Ma certe volte gli uomini ci mettono del loro, dimenticandosi delle pietre antiche, dei tetti di tufo e delle storie che i vecchi raccontavano la sera seduti sull’uscio. E allora ci pensa la Provvidenza, che spesso si serve di un figlio di questa terra e di un pizzico d’inchiostro stampato nero su bianco.

Accade tutto a Celleno, lassù nel Viterbese, dove il Borgo Fantasma non è più soltanto un mucchio di ruderi carichi di malinconia e silenzio. Da oggi, quel paese che sembra uscito da un sogno e che persino gli inglesi — gente strana che gira il mondo con la cartina in mano — hanno inserito tra i venticinque borghi più belli d’Italia sospesi nel tempo, ha messo le ali.

Un cittadino onorario del posto, un certo Giulio Gargiullo che le radici le tiene piantate qui grazie al nonno e che di mestiere sa come far viaggiare le idee attraverso i fili invisibili del progresso, si è messo a tavolino in un momento non facile della sua vita e ha scritto una fiaba. Si intitola “Simonetta, Ruggero e il bosco di Celleno” ed è uscita su Amazon, stampata in italiano e persino in inglese, per farsi capire pure da quelli che mangiano il plumcake a colazione.

La storia è una di quelle che fanno bene al cuore dei bambini dai quattro agli otto anni, ma soprattutto a quello dei grandi che troppo spesso si dimenticano da dove vengono. Dentro ci trovi il Castello Orsini, la storica famiglia Gatti che governava queste zolle secoli fa, e la celebre Festa delle Ciliegie che ogni primavera fa fiorire le piante come un miracolo antico. E non è finita qui, perché alla fine del libretto c’è pure una diavoleria moderna: un quadratino a scacchi, di quelli che si guardano col telefono, che ti mostra il borgo girato dall’alto con la macchina volante dei nostri tempi, il drone. E c’è pure una sezione per insegnare ai piccini a fare i “Custodi della Natura”, perché la terra non si calpesta, si rispetta.

Insomma, il mondo è cambiato, d’accordo. C’è chi corre dietro alle novità e chi guarda il cielo aspettando che piova. Ma quando un pezzo di sasso dimenticato della nostra Tuscia diventa una favola che arriva sino all’altro capo del pianeta, c’è da togliersi il cappello. Perché le pietre, se qualcuno ha la bontà di raccontarle, alla fine trovano sempre il modo di tornare a vivere.

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Alle 9:30 del mattino salgo a San Martino al Cimino. Qui i Veralli vivono insieme: una manciata di case affacciate su un unico piazzale dove i fratelli e i genitori condividono la vita di tutti i giorni. Nella famiglia di Emanuele ci sono i fratelli Alessandro (il primogenito), Francesco (il secondogenito) e poi c'è lui, il terzo. Emanuele ha 36 anni, è sposato con Anna Maria e dalla loro unione è nata Azzurra, che a oggi ha 4 anni. Ti basta mettere piede su quel cemento per respirare un senso di appartenenza che oggi non si trova quasi più. A darmi il benvenuto ci sono Anna Maria, la moglie di Emanuele, la piccola Azzurra e Benito, il cagnolino di casa. L’aria è distesa, priva di retorica. È la semplicità di un rito che Emanuele ripete da quando è entrato nel Sodalizio dei Facchini.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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