

VITERBO – Ci sono tradizioni che, a forza di stare chiuse nelle cantine e nei libri polverosi, finiscono per prendere freddo e ammalarsi di malinconia. Ma a Viterbo, terra di pietre dure e di gente che non si spaventa se tira vento forte, c’è chi ha deciso di prenderle per mano e di portarle alla luce del sole. Parliamo di quella faccenda della zaffera, una lavorazione antica, nobile e faticosa che un tempo apparteneva ai signori di questa terra e che oggi rischiava di rimanere confinata troppo strettamente tra i tetti di tegole vecchie. A rimettere in moto questa magnifica arte con le mani perennemente sporche d’argilla è Cinzia Chiulli, ceramista di grande esperienza, titolare del laboratorio «Percorsi artistici» e presidente dell’Unione Cna Artistico e Tradizionale di Viterbo e Civitavecchia. Una donna che, se le metti davanti un blocco d’argilla grezza, quello si mette sull’attenti prima ancora che lei tiri fuori i pennelli dal barattolo.
In questi giorni di gran baccano, su quei palchi allestiti per la kermesse culturale – una manifestazione battezzata Ombre Festival e presieduta dal bravo Alessandro Maurizi, che quest’anno dedica persino una sezione speciale agli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi – ci sono sfilati tutti: ministri con la scorta, giornalisti col tesserino stretto tra i denti, magistrati che guardano il mondo con la severità di un parroco durante la sagra del paese, poeti in cerca di ispirazione e conduttori radiofonici dal verbo tagliente. Ebbene, a tutti costoro, la signora Chiulli non ha mica regalato una cianfrusaglia comprata all’autogrill o un trofeo di plastica stampato in serie dall’altra parte del mondo. No signore. Ha consegnato un’opera assolutamente unica, fatta a mano e personalizzata pezzo per pezzo, consegnata direttamente dalle sue mani sul palco davanti al pubblico plaudente.
«Quella con il festival è una collaborazione nata da tempo, che va avanti fin dalla sua prima edizione. È un modo per far conoscere la tecnica della lavorazione a zaffera, decoro dell’antica nobiltà viterbese, anche al di fuori del nostro territorio.»
Prendete il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per esempio. Uno abituato a carte bollate, decreti complessi e sirene blu che sfrecciano nella nebbia di Roma. Si è visto recapitare un’opera dal sapore profondamente istituzionale: la magnifica loggia del palazzo dei Papi, dove, in perfetta armonia con lo spirito della manifestazione e con il tema francescano, sono stati inseriti anche gli elementi del logo celebrativo degli ottocento anni dalla scomparsa del poverello d’Assisi. Una scelta che, c’è da scommetterci, avrebbe fatto commuovere persino un prefetto in carriera.
E che dire di Federica Angeli, la giornalista che da tredici anni vive sotto scorta stretta in seguito alle minacce di morte ricevute per via delle sue inchieste coraggiose contro le attività mafiose nel litorale romano? Per lei, la ceramista viterbese ha scelto un simbolo che non ammette repliche di sorta: il leone. Non un gattino da salotto infiocchettato, badate bene, ma l’emblema fiero e indomito di Viterbo che si fa specchio fedele della forza e del coraggio straordinari dimostrati dalla cronista nella sua lunga, durissima battaglia quotidiana per la legalità e la giustizia.
Poi c’è la figura del gatto, quell’animale fiero, silenzioso che si muove e vede nitidamente nel buio, magistralmente collegata alla figura storica di Raniero Gatti, il capitano del popolo che fin dal 1246 esercitava la giustizia con polso fermo in questa nostra terra di Tuscia. E l’elenco potrebbe continuare a lungo, passando per gli altri illustri ospiti della kermesse: dal conduttore radiofonico Giuseppe Cruciani al poeta Davide Rondoni, fino al magistrato Nicola Gratteri, ciascuno omaggiato di un pezzo irripetibile che racconta un pezzetto di storia e di radici profonde.
Il bello di questa storia – che profuma di terracotta umida, di silenzi operosi e di fatica vera – è che nessuno ha potuto dire “questo è uguale a quello del mio vicino”. Ogni piatto è un piccolo miracolo di zaffera, quel rilievo blu scuro che spessisce il disegno e lo fa sembrare vivo, quasi pronto a saltare via dal bordo per andare a dire la sua nel bel mezzo di una discussione accesa tra intellettuali. La stessa giornalista sotto scorta, a quanto raccontano i testimoni oculari, ne è rimasta profondamente colpita, volendo subito approfondire la storia e i segreti di questa antica lavorazione artigianale.
Alla fine della fiera, mentre i tromboni dei palchi svaniscono nel silenzio della notte viterbese e gli ospiti illustri tornano alle loro faccende terrene tra aerei e autostrade, restano queste opere. Oggetti d’arte che non servono a mandar messaggi effimeri su internet, ma a ricordare a tutti chi siamo, da dove veniamo e che, piova o ci sia il sole, un pezzo d’argilla lavorato con amore, radici e sapienza antica vale sempre più di mille parole buttate al vento.






















