
IL DOMENICALE – Viterbo, marzo 1271. Da quasi tre anni i cardinali non riescono a scegliere il nuovo Papa; la città è diventata il centro della cristianità e nelle sue strade passano ecclesiastici, ambasciatori, soldati, nobili e uomini appartenenti alle più potenti famiglie europee. Ma quel giorno la storia non si scrive nel palazzo dove continua l’interminabile elezione pontificia: si sposta in una piccola chiesa, San Silvestro — quella che oggi conosciamo come chiesa del Gesù —, affacciata sull’omonima piazza.
Dentro sta assistendo alla messa Enrico di Cornovaglia, nipote del re d’Inghilterra e figlio di Riccardo di Cornovaglia, reduce dalla crociata e arrivato a Viterbo insieme al grande corteo nel quale viaggiavano Filippo III di Francia e Carlo d’Angiò. Una presenza importante in una città nella quale, proprio in quei giorni, politica europea e politica della Chiesa s’incontravano continuamente.
Fuori dalla chiesa, però, qualcuno aspetta Enrico per una ragione completamente diversa. Si chiama Guido di Montfort e porta con sé una vendetta che dura da sei anni: suo padre, Simone di Montfort, era morto nel 1265 nella battaglia di Evesham, combattendo contro le forze della monarchia inglese; il corpo era stato mutilato e oltraggiato, e Guido considerava la famiglia reale inglese responsabile di quella fine. Enrico non aveva ucciso Simone, ma apparteneva alla famiglia contro la quale Guido aveva deciso di regolare i conti. Il giorno precedente Montfort era arrivato a Viterbo accompagnato da uomini armati — secondo la ricostruzione di Treccani, addirittura da un contingente di trecento cavalieri —, senza destare particolari sospetti.
Il giorno dopo fece circondare San Silvestro, poi entrò. Enrico capì ciò che stava accadendo e cercò rifugio vicino all’altare, ma Guido e suo fratello Simone gli furono addosso, lo colpirono ripetutamente con le spade; un fendente gli recise le dita della mano con la quale tentava disperatamente di aggrapparsi alla tovaglia dell’altare. Alcuni religiosi provarono a proteggerlo e vennero colpiti anche loro, uno mortalmente. Enrico cadde tra le braccia di un sacerdote. Le cronache successive aggiunsero particolari, alcuni forse amplificati dalla fama che l’episodio acquistò immediatamente, compreso quello secondo cui l’aggressione sarebbe avvenuta proprio nel momento dell’elevazione dell’ostia; ma il nucleo della storia non è leggenda: un principe inglese venne massacrato durante la messa dentro una chiesa di Viterbo.
Nemmeno questo bastò. Secondo la ricostruzione storica riportata dal Dizionario Biografico Treccani, mentre gli assassini stavano lasciando la chiesa qualcuno ricordò loro ciò che era stato fatto anni prima al cadavere di Simone di Montfort. Guido e il fratello tornarono indietro, afferrarono il corpo di Enrico e lo trascinarono fuori, infierendo ancora su di lui, poi abbandonarono Viterbo protetti dai propri uomini.
Il delitto ebbe un’enorme risonanza: non era soltanto un assassinio, era stato violato un luogo consacrato, durante una funzione religiosa, mentre nella stessa città i cardinali cercavano faticosamente di dare un nuovo capo alla Chiesa. Guido di Montfort venne scomunicato, ma la storia gli riservò una condanna assai più duratura di quella pronunciata dagli uomini: quella di Dante.
Nel XII canto dell’Inferno, tra i violenti contro il prossimo immersi nel sangue bollente del Flegetonte, Dante individua una figura isolata dalle altre e non sente nemmeno il bisogno di pronunciarne il nome; gli basta ricordare colui che colpì “in grembo a Dio” il cuore che ancora si venerava sul Tamigi. Per i contemporanei era sufficiente, tutti sapevano di chi stesse parlando: era Guido di Montfort e quel delitto era ancora, decenni dopo, talmente famoso da poter essere evocato senza spiegazioni.
C’è qualcosa di straordinario nel pensare che tutto questo sia accaduto in una piazza che oggi attraversiamo in pochi secondi, davanti a una chiesa nella quale possiamo ancora entrare, in una Viterbo che in quel momento non era periferia di nulla, ma luogo nel quale s’incontravano re, principi, cardinali e interessi capaci di attraversare l’Europa.
Siamo abituati a cercare la grande storia lontano da qui, a Roma, Parigi, Londra, nelle battaglie e nei palazzi delle grandi capitali, dimenticando che per alcuni anni del Duecento la grande storia passava letteralmente per le strade di Viterbo e quel giorno del marzo 1271 vi passò anche l’Inferno. Non quello dei fantasmi o delle leggende, ma quello molto più concreto che gli uomini riescono qualche volta a costruire con le proprie mani. Poi arrivò Dante e da quel momento Guido di Montfort non riuscì più a uscirne.



















