

Viterbo si prepara al voto. Mancano mesi, eppure l’aria è già quella pesante, satura di sussurri, delle grandi vigilie. Nel centrodestra, in particolare, le manovre di avvicinamento a Palazzo dei Priori hanno assunto una forma curiosa, quasi letteraria. Sembra di essere tornati di colpo nella Firenze di fine Duecento, tra le pagine della Vita Nova.
Sì, perché a guardare il risiko delle candidature che rimbalza tra i caffè di piazza del Plebiscito e le chat di WhatsApp dei maggiorenti politici, la sensazione netta è che sia iniziato, in grande stile, il gioco delle “donne schermo”.
Per chi avesse dimenticato le reminiscenze scolastiche del Dolce Stilnovo: Dante, per non fare il nome della donna amata (Beatrice) e proteggerla dai pettegolezzi della gente, fingeva di rivolgere le sue attenzioni e le sue poesie ad altre donne. Le usava, appunto, come uno schermo. Ecco, nel centrodestra viterbese oggi sta succedendo esattamente la stessa cosa. Si buttano nella mischia nomi altisonanti, si fanno girare bozze di scenari, si testano le reazioni della piazza e degli alleati su figure di primissimo piano. Ma l’obiettivo reale non è candidarle: è distrarre. Coprire la vera “Beatrice”, il candidato o la candidata reale che i leader tengono ben nascosta in cassaforte per evitare che venga logorata anzitempo dal fuoco amico.
E nel catalogo delle “donne schermo” finora esibito, i profili sono tutti di altissimo livello, quasi a voler rendere il trucco ancora più credibile.
C’è, ad esempio, il nome “extralusso” di Marcello Meroi. Un usato garantito che profuma di nobiltà politica. Meroi è l’usato sicuro per eccellenza: affidabile, professionista serio, amministratore esperto e, soprattutto, dotato di quel tratto mite che oggi, dopo stagioni di strilli e personalismi, a molti appare come il più desiderabile dei balsami. Tirare fuori Meroi serve a dire: “Visto? Puntiamo al massimo”. Ma la domanda resta: Meroi ha davvero voglia di rimettersi nella mischia, o il suo nome serve solo a alzare l’asticella del dibattito per poi convergere altrove?
Poi, sul lato opposto del tavolo, ecco comparire il profilo “cubista” di Filippo Rossi. Qui passiamo dal rassicurante classicismo alle geometrie scompose e imprevedibili dell’arte contemporanea. Rossi è il nome che rompe gli schemi: divisivo, a tratti spiazzante, ma indubbiamente capace di accendere luminose visioni e di tracciare rotte culturali che altri nemmeno vedono. Evocarlo serve a sparigliare, a spaventare i conservatori della coalizione, a dimostrare che si può anche guardare oltre i confini tradizionali. Una provocazione intellettuale perfetta per fare da paravento.
La verità è che sia Meroi che Rossi, per motivi diametralmente opposti, rischiano di essere le vittime sacrificali di questo gioco letterario prestato alla politica nostrana. Figure autorevoli usate come esche per i pesci piccoli del dibattito locale.
Mentre il chiacchiericcio si concentra su di loro, analizzandone pregi e difetti, i veri registi della coalizione – tra Roma e Viterbo – rimangono copertissimi. La vera figura su cui si tenterà la sintesi finale è ancora nell’ombra, protetta dal rumore di fondo di questa finta campagna acquisti. Resta da capire quanto durerà la finzione e, soprattutto, cosa succederà quando il centrodestra sarà costretto a calare la maschera. Perché a forza di giocare con le donne schermo, il rischio è che si arrivi al voto scoprendo che Beatrice, alla fine, ha scelto di andare da un’altra parte.

















