Il cuore vuoto della città, Viterbo e la desertificazione del centro storico: diagnosi e cure possibili
nadinedoerle-knight-1421358
aiac_banner_02
Serve una regia unica. Un piano integrato per il centro storico, con obiettivi misurabili e tempi certi, e una responsabilità politica chiara. Senza governance, anche le buone idee restano parole.

VITERBO – Passeggiare nel centro storico di Viterbo è un’esperienza ambivalente. Da un lato uno dei tessuti medievali meglio conservati d’Europa, pietre che raccontano secoli di storia, vicoli e piazze di straordinaria bellezza. Dall’altro un silenzio che non appartiene a una città viva: serrande abbassate, luci spente, finestre chiuse. Non è degrado nel senso tradizionale, è qualcosa di più sottile e pericoloso: desertificazione urbana.

Il problema non è solo commerciale. Certo, i negozi che chiudono sono il segnale più visibile, ma la radice è più profonda. Il centro storico ha perso residenti stabili. Famiglie giovani quasi assenti, anziani sempre più soli, studenti che arrivano e ripartono. Le case diventano seconde abitazioni, investimenti o affitti brevi. Senza persone che vivono quotidianamente il quartiere, i servizi si riducono; senza servizi, la vita se ne va; senza vita, anche il commercio muore. Un circolo vizioso che si autoalimenta.

A questo si è aggiunta negli anni una visione miope: il centro trattato ora come problema, ora come cartolina. Pedonalizzazioni senza una strategia complessiva, ZTL vissute come barriere, carenza di parcheggi funzionali e collegamenti efficienti, politiche abitative assenti. Il risultato è un centro bellissimo ma faticoso da abitare, da raggiungere, da tenere aperto.

Eppure le potenzialità sono enormi. Viterbo non è un centro storico qualsiasi: identità, università, cultura, turismo, termalismo. Ma tutto resta potenziale se manca una scelta politica netta: riportare vita quotidiana dentro le mura. Non eventi spot, non animazioni occasionali, ma persone.

La prima leva è l’abitare. Servono affitti calmierati e incentivi fiscali per chi affitta a residenti stabili, un fondo pubblico per recuperare gli immobili sfitti vincolandoli alla residenza, una regolazione seria degli affitti turistici per evitare la monocultura che svuota i quartieri. Senza
famiglie, senza giovani coppie, senza lavoratori, il centro non riparte.

Subito dopo viene il commercio di prossimità. Non vetrine vuote né attività tutte uguali, ma botteghe artigiane, librerie, servizi di quartiere. Canoni concordati, agevolazioni mirate, accordi con i proprietari dei locali: il mercato da solo non basta, serve una mano pubblica intelligente che indirizzi, non che sostituisca.

Poi c’è la mobilità. Il centro va protetto, non isolato. Parcheggi di cintura veri, navette frequenti e gratuite, accessi flessibili per residenti, lavoratori e clienti, logistica semplice per le attività. Una città storica non può essere pensata come una fortezza assediata. Gli studenti e l’università devono diventare una risorsa strutturale, non un alibi. Residenze diffuse nel centro, spazi di studio e coworking aperti, contaminazione con il resto della città. Una presenza stabile, non stagionale.

La cultura, infine, deve tornare a essere quotidiana. Non solo grandi eventi, ma programmazione continua, diffusa, di quartiere. Recupero di spazi pubblici inutilizzati, patti di gestione con associazioni e cittadini, presìdi culturali permanenti. La bellezza va abitata, non solo celebrata.
Tutto questo richiede una cosa che spesso manca: una regia unica. Un piano integrato per il centro storico, con obiettivi misurabili e tempi certi, e una responsabilità politica chiara. Senza governance, anche le buone idee restano parole.

Il centro storico di Viterbo non è morto. È disabitato. E un luogo disabitato non si rianima con una festa in più o con una vetrina restaurata, ma con una scelta semplice e radicale: rimettere le persone al centro. Solo allora le pietre torneranno a parlare.

800 Monastero
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

ance
CAMCOMRIVT-banner-web-300x150
400 Confartigianato
CNA 300x300
lafune_300 x 600
Onda
Jeep_Compass_apex_300x300_200
aiac_banner_01
monastero interno
Fune 300x300
domenicale post
Foto Fisioterapy Center
POST FB 02
TdP_Inalazioni
Masicar300x300-optimize
asvis 2