
VITERBO – Passeggiare nel centro storico di Viterbo è un’esperienza ambivalente. Da un lato uno dei tessuti medievali meglio conservati d’Europa, pietre che raccontano secoli di storia, vicoli e piazze di straordinaria bellezza. Dall’altro un silenzio che non appartiene a una città viva: serrande abbassate, luci spente, finestre chiuse. Non è degrado nel senso tradizionale, è qualcosa di più sottile e pericoloso: desertificazione urbana.
Il problema non è solo commerciale. Certo, i negozi che chiudono sono il segnale più visibile, ma la radice è più profonda. Il centro storico ha perso residenti stabili. Famiglie giovani quasi assenti, anziani sempre più soli, studenti che arrivano e ripartono. Le case diventano seconde abitazioni, investimenti o affitti brevi. Senza persone che vivono quotidianamente il quartiere, i servizi si riducono; senza servizi, la vita se ne va; senza vita, anche il commercio muore. Un circolo vizioso che si autoalimenta.
A questo si è aggiunta negli anni una visione miope: il centro trattato ora come problema, ora come cartolina. Pedonalizzazioni senza una strategia complessiva, ZTL vissute come barriere, carenza di parcheggi funzionali e collegamenti efficienti, politiche abitative assenti. Il risultato è un centro bellissimo ma faticoso da abitare, da raggiungere, da tenere aperto.
Eppure le potenzialità sono enormi. Viterbo non è un centro storico qualsiasi: identità, università, cultura, turismo, termalismo. Ma tutto resta potenziale se manca una scelta politica netta: riportare vita quotidiana dentro le mura. Non eventi spot, non animazioni occasionali, ma persone.
La prima leva è l’abitare. Servono affitti calmierati e incentivi fiscali per chi affitta a residenti stabili, un fondo pubblico per recuperare gli immobili sfitti vincolandoli alla residenza, una regolazione seria degli affitti turistici per evitare la monocultura che svuota i quartieri. Senza
famiglie, senza giovani coppie, senza lavoratori, il centro non riparte.
Subito dopo viene il commercio di prossimità. Non vetrine vuote né attività tutte uguali, ma botteghe artigiane, librerie, servizi di quartiere. Canoni concordati, agevolazioni mirate, accordi con i proprietari dei locali: il mercato da solo non basta, serve una mano pubblica intelligente che indirizzi, non che sostituisca.
Poi c’è la mobilità. Il centro va protetto, non isolato. Parcheggi di cintura veri, navette frequenti e gratuite, accessi flessibili per residenti, lavoratori e clienti, logistica semplice per le attività. Una città storica non può essere pensata come una fortezza assediata. Gli studenti e l’università devono diventare una risorsa strutturale, non un alibi. Residenze diffuse nel centro, spazi di studio e coworking aperti, contaminazione con il resto della città. Una presenza stabile, non stagionale.
La cultura, infine, deve tornare a essere quotidiana. Non solo grandi eventi, ma programmazione continua, diffusa, di quartiere. Recupero di spazi pubblici inutilizzati, patti di gestione con associazioni e cittadini, presìdi culturali permanenti. La bellezza va abitata, non solo celebrata.
Tutto questo richiede una cosa che spesso manca: una regia unica. Un piano integrato per il centro storico, con obiettivi misurabili e tempi certi, e una responsabilità politica chiara. Senza governance, anche le buone idee restano parole.
Il centro storico di Viterbo non è morto. È disabitato. E un luogo disabitato non si rianima con una festa in più o con una vetrina restaurata, ma con una scelta semplice e radicale: rimettere le persone al centro. Solo allora le pietre torneranno a parlare.


















