

VITERBO – Sabato sera, nel penitenziario intitolato a Nicandro Izzo — un nome che evoca tragedie e rigore, ma che qui sembra quasi una beffa — si è replicato il copione già visto e stravisto la scorsa estate, precisamente il 25 luglio. Solita scena: materassi dati alle fiamme nel reparto di isolamento, fumo acre, ambulanze a sirene spiegate e uomini in divisa costretti a correre nel rogo per mettere una pezza a un’emorragia che nessuno vuole davvero fermare.
La notizia, asciutta come un bollettino di guerra, ce la consegnano i sindacati della polizia penitenziaria — Sappe, Sinappe, Uil Fp, Osapp, Uspp e Fns Cisl —, uniti stavolta non in una polemica da bottega, ma in un grido d’allarme che somiglia maledettamente a un De Profundis. «Situazione insostenibile», dicono. E vorrebbero pure che qualcuno li smentisse.
Ma i numeri, si sa, hanno la testa dura peggio dei muli. A Viterbo, nella Casa circondariale, gli ospiti forzati sono attualmente 624. Bella cifra, roba da grande albergo della riviera in piena stagione turistica. Peccato che la capienza regolamentare, cioè quella stabilita dai fogli di carta bollata firmati dai burocrati romani, si fermi a quota 440. Fate voi il conto: centottanta anime di troppo ammassate tra quattro mura, dove il sovraffollamento non è statistica, è rissa quotidiana, è tensione che si taglia col coltello, è la miccia perfetta che basta un niente per far saltare tutto in aria. O, per l’appunto, in fiamme.

















