
VITERBO – Ci sono posti che hanno un magnetismo. A via delle Fabbriche 20 è accaduto qualcosa questa estate. Due ragazzi, innamorati tra loro – perché le storie vere sono sempre un intreccio di racconti, come Italo Calvino ci ha insegnato in ‘Una notte d’inverno un viaggiatore’ -, hanno aperto ‘Il Cantuccio di Maria’. Hanno aperto un ristorante.
Lo hanno fatto nel centro storico di Viterbo, quello che troppe volte a sproposito in molti si affrettano a dare per spacciato. Lo hanno fatto con le proprie forze e il loro coraggio. Questa è una storia di quelle che starebbe bene nelle Langhe. E lo capisci subito “sbirciando” la filosofia con cui si raccontano in breve sui social: “Cucinare è un atto d’amore, altrimenti stai solo preparando cibo”.
Il locale è curato nel dettaglio e quella porta che sta lì sulla via stretta, che apre sulla meraviglia di piazza Fontana Grande, è lo “spioncino” da cui guardare un esempio del volto più bello della città: quello che lavora, che si impegna, che studia, che innova e che spera.
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Siamo rimasti catturati dal sogno di Maria e Alessandro, tanto che abbiamo deciso di raccontarlo. Non è una pubblicità la nostra, non c’è nessun contratto commerciale che guida queste parole (anche se magari un giorno questo giornale potrà beneficiare dei loro investimenti in comunicazione per la crescita). Ma oggi scriviamo di loro per il solo motivo che lo meritano. Così, incuriositi di raccontare un territorio sano, ci abbiamo preso appuntamento e li abbiamo incontrati.
“Il Cantuccio di Maria nasce da anni di ristorazione fatta per altre persone, che ci hanno portato alla consapevolezza che questo lavoro è la nostra passione – ci racconta Alessandro -“.
Perché una persona dovrebbe venire da voi?, è la domanda che ci interessa. Vogliamo capire se questo posto è l’ennesimo locale stanco di chi pensa che la ristorazione sia un tentativo di fare qualcosa e sfuggire alla disoccupazione o c’è sostanza.
“C’è un motivo – ci risponde sorridendo -. Tre i punti. Primo la passione che ci contraddistingue. Il nostro lavoro non finisce quando chiudiamo al ristorante. Inizia quando andiamo a casa e ci mettiamo a studiare piatti, studiamo ricette, cerchiamo cose innovative. Le persone vogliono la fettuccina ai funghi porcini ma se tu gli fai trovare anche un primo con un aglio nero fermentato, un piatto affumicato a freddo, qualcosa di innovativo magari la prima volta vanno sul classico ma a un certo punto scatta la curiosità e provano. Le persone sono curiose.
Il nostro lavoro è dettato anche da queste cose ed inizia quando noi chiudiamo. Per fare sì che accada questo ci deve essere una passione, altrimenti resti fermo.
Un secondo punto è la qualità e stagionalità delle materie prime. Tu non puoi pretendere di avere un prodotto di qualità non rispettando la stagionalità. Da noi non ci sono carciofi alla giudia ad agosto perché non esistono, così come le castagne ad aprile perché ad aprile non ci sono castagne.
Infine la stagionalità dei prodotti ci permette di lavorare con dei prezzi più bassi, garantendo una qualità ottima. Se tu istruisci le persone a mangiare cose di qualità poi quando mangiano cose non buone se ne accorgono. Il nostro obiettivo è fare mangiare prodotto buono, ottimo a un prezzo ragionevole. Non posso pensare di darti un ottimo prodotto fuori stagione. La gente assaggia e sente che è una cosa buona. Questo ci contraddistingue. Noi ce la mettiamo tutta affinché Viterbo si accorga di noi”.
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