

GUBBIO – (Foto dei Ceri dal blog di Federica Piersimoni) C’è un sottile filo d’oro, invisibile ma tenace, che lega le piazze d’Italia nei giorni della devozione. Domani, 15 maggio, quel filo vibrerà con una forza millenaria tra i vicoli di Gubbio. È il giorno dei Ceri, la “Corsa” folle e mistica in onore di Sant’Ubaldo; un rito che non è solo folklore, ma un’esplosione di identità che sfida le leggi della gravità e della stanchezza.
Tuttavia, osservando quei giganti di legno svettare verso il Monte Ingino, non si può fare a meno di avvertire un senso di incompiutezza. Una malinconia che risuona fino a Viterbo, dove la Macchina di Santa Rosa attende il suo settembre. Nel 2013, l’Italia celebrava un traguardo storico: il riconoscimento UNESCO come Patrimonio Immateriale dell’Umanità per la Rete delle Grandi Macchine a Spalla. Un progetto coraggioso che unisce: la Macchina di Santa Rosa di Viterbo, i Gigli di Nola, la Varia di Palmi e i Faradda di li Candareri di Sassari.
Eppure, in questa costellazione di giganti, manca qualcosa. All’origine del progetto, infatti, c’era anche Gubbio. I Ceri sono, per storia e iconografia, i “fratelli” delle altre Macchine, uno dei prototipi della verticalità devozionale italiana. Al momento della formalizzazione della candidatura, la comunità eugubina scelse di sfilarsi. Una decisione dettata dal timore — legittimo ma forse eccessivo — che i vincoli burocratici dell’UNESCO potessero “imbalsamare” la Festa, limitando la libertà di un rito che i cittadini sentono come visceralmente proprio e intoccabile. Gubbio ha preferito restare custode solitaria del proprio fuoco, lasciando che la Rete procedesse senza di lei. Il risultato è un paradosso: la festa più antica e iconica d’Italia (ci sono testimonianze già dal 1169) è rimasta fuori dal riconoscimento che lei stessa aveva contribuito a ispirare.
Oggi, con la maturità acquisita dalla Rete in questi anni, appare chiaro che quel timore iniziale può essere superato. Risanare questa “ferita” non sarebbe solo un atto di intelligenza diplomatica, ma un atto di giustizia storica. L’ingresso (o il ritorno) di Gubbio completerebbe il mosaico della “verticalità” italiana, creando un asse turistico e culturale senza precedenti tra Umbria, Lazio, Campania, Calabria e Sardegna. Una Rete che includa i Ceri avrebbe un peso politico e culturale superiore all’interno dell’UNESCO, blindando definitivamente la protezione di queste tradizioni.
Domani, mentre i Ceri inizieranno la loro ascesa acrobatica, Viterbo guarderà a nord con il rispetto dovuto a un fratello che vive lontano. Sarebbe interessante, e quanto mai auspicabile, che le amministrazioni e le comunità tornassero a sedersi a un tavolo. Perché la bellezza di queste macchine sta nel fatto che, sebbene siano portate da molti, sono fatte per unire tutti.

















