
VITERBO – La richiesta di 18 anni di carcere per David Rebeshi, fratello del boss Ismail Rebeshi, riporta Viterbo e la Tuscia dentro una vicenda che va ben oltre la cronaca giudiziaria. È il segnale che nel territorio si è radicata negli anni una vera economia parallela, capace di organizzarsi, di investire, di strutturarsi come un’impresa.
Il procedimento, filone sugli stupefacenti parallelo all’Operazione Erostrato, conta 37 imputati tra rito abbreviato e ordinario, con richieste di rinvio a giudizio per 31 persone. Le accuse parlano di 54 episodi di narcotraffico a partire dal 2017, di un’organizzazione che avrebbe utilizzato auto, cellulari intestati a prestanome, immobili per lo stoccaggio della droga e persino una rete di assistenza legale interna per gli arrestati. Ma al di là delle singole responsabilità penali, che spetterà ai giudici accertare, ciò che emerge è un modello.
Non più soltanto piazze cittadine o quartieri periferici. Secondo l’impianto accusatorio, il sistema si sarebbe retto su uno “spaccio itinerante” nelle zone rurali della provincia, con la droga occultata nelle campagne prima della distribuzione. Cocaina, hashish e marijuana destinati in particolare al mercato viterbese, ma con ramificazioni verso Roma e perfino verso la Sardegna.
Le campagne della Tuscia, spesso isolate, diventano così snodi logistici. Strade secondarie, casali, piazzali di attività commerciali. Luoghi che di giorno parlano di agricoltura e turismo lento, e che di notte – secondo le accuse – avrebbero fatto da retrovia a un traffico organizzato.
È un cambio di paradigma: la provincia non è più periferia del crimine, ma parte attiva di una filiera.
Colpisce un altro elemento: la presunta capacità dell’organizzazione di continuare a operare anche dopo gli arresti, con direttive che – sempre secondo l’accusa – sarebbero arrivate persino dal carcere. Recupero crediti, gestione dei pusher, assistenza agli affiliati arrestati. Un sistema che non si interrompe con un blitz. Questo significa che il narcotraffico non è solo un fenomeno di strada, ma una rete con ruoli,
compensi, gerarchie. I corrieri, pagati – stando alle contestazioni – 300 euro al giorno per i viaggi verso Roma, dimostrano che esiste una microeconomia stabile. Una fonte di reddito alternativa in un territorio che soffre disoccupazione giovanile e precarietà.
Per Viterbo e la Tuscia il rischio è duplice. Il primo è sociale. La droga alimenta dipendenze, degrado, microcriminalità. Interi quartieri possono diventare punti di consumo e reclutamento. I giovani, soprattutto nelle aree interne, vengono intercettati da un’economia che promette soldi facili in un contesto dove le opportunità scarseggiano. Il secondo rischio è reputazionale ed economico. Un territorio che punta su turismo culturale, agricoltura di qualità, borghi come Civita di Bagnoregio o le terme, non può permettersi di essere associato a un marchio criminale.
Ogni inchiesta che parla di “mafia viterbese” produce un danno d’immagine che va ben oltre le aule giudiziarie. Le indagini dei carabinieri e della Direzione distrettuale antimafia dimostrano che lo Stato c’è. Ma la repressione, da sola, non basta. Serve un investimento forte su prevenzione e alternative economiche. Più presidi sociali nelle periferie, più controlli nelle campagne isolate, ma anche lavoro vero, formazione, cultura della legalità. Le scuole della Tuscia devono essere il primo argine. Le famiglie il secondo. Perché ciò che sta emergendo non è solo un processo penale. È la fotografia di un mercato che si è inserito nelle pieghe di un territorio fragile.
La partita non si gioca soltanto nei tribunali di Roma o nelle aule del Gup. Si gioca a Viterbo, nei quartieri, nelle campagne, nelle piazze dove ogni giorno si decide se la Tuscia vuole essere terra di sviluppo o terra di traffici. E questa scelta, alla fine, riguarda tutti.


















